Concerto per pioggia e polpastrelli

di Valerio Gori

…è notte. Non una notte come tante. Dovete sapere che questa è una notte particolarmente buia, come non siete più abituati a vederne. Le luci della città, i fari che illuminano le strade, i neon delle insegne, le macchine che senza orario sfrecciano sull’asfalto vi hanno fatto dimenticare cosa sia una notte buia. Provate ad immaginarla. La mente è lo strumento più potente che l’uomo abbia a disposizione; se ben allenata è in grado di creare qualsiasi cosa. Sforzatela ora. Eliminate ogni forma di inquinamento luminoso dai vostri occhi, immaginate un cielo scuro che si confonde con la terra e gli alberi. Immaginate la rugiada sui vetri, il vento fra le foglie e niente altro se non il nulla più assoluto.
In alto, solo le stelle.
In questa notte inizia il mio racconto.
Ed inizia con una musica che non esiste. La ticchettano le dita di un personaggio del tutto anonimo che, visibilmente non soddisfatto del rumore della pioggia, decide di improvvisarsi compositore e rompe la cadenza regolare delle gocce che si frantumano sul vetro. Inizia come un gioco, un pretesto per distrarsi, per combattere la noia. Nessuno avrebbe pensato che sarebbe potuto durare più di pochi minuti, invece il gioco assume un non so che di divertente (c’è sempre da stupirsi su cosa certa gente possa trovare divertente) per trasformarsi infine in una battaglia. Si tratta di decidere se l’avrà vinta quello stramaledettissimo clima che non è mai riuscito a sopportare o lui. Il tempo è quello che è – direbbe chiunque – non può certo cambiare perché un povero squilibrato decide di ticchettare a modo suo. Già. Eppure quel povero squilirato è tanto squilibrato e roso dal tedio, da ritenere (non senza una buona dose di orgoglio) di poter diventare facilmente cocciuto almeno quanto la pioggia stessa.

Si susseguono infinite gocce, ognuna di una differente tonalità, ognuna di un suono irripetibile e perfetto e, insieme a loro, infiniti ticchettii, anch’essi a modo loro unici; e tanto più l’intensità delle prime accresce, tanto più i secondi la seguono, per poi placarsi, fin quasi a cessare del tutto nei momenti in cui il cielo sembra doversi rasserenare.
I due rumori sono sincronizzati, ma non in numero identico. Le dita non corrono come l’acqua, non potrebbero mai riuscirci, eppure, come se dotate di un perfetto orecchio, ascoltano, scrutano, discernono i suoni per scegliere – velocemente e senza un’apparente logica – quale accompagnare con il loro battere.
Non è più una sfida senza senso contro le forze della Natura, perpetuata senza ragione da un rinato Ahab: forse non lo è mai stata. Quello che sembrava uno scacciapensieri per combattere la noia assume sempre di più i contorni di una composizione per pioggia e dita, un pezzo non scritto, unico e irrepetibile. E quanto più l’orecchio si abitua a questo concerto, tanto più spuntano particolari prima neppure presi in considerazione: in quel ticchettio si possono riconoscere accordi di chitarra o di pianoforte, note, dolci note suggerite dalla notte che vela sempre con un pizzico di malinconia il sentire degli artisti. Si riconosce il tocco di una donna, delle sue piccole mani dalle unghie curate.
È una musica che rapisce, che porta a ricordare le coperte rimboccate dalle madri, le favole raccontate al fianco del letto, i film visti a casa con gli amici, le lunghe passeggiate mano nella mano, le notti d’amore tenero…
È una musica che, come un filo di sarta, lega fra di loro pezzi di ricordi nati in ore buie come quella, o semplicemente simili a quella, in cui magari il traffico c’era e la luce anche, ma in cui l’attenzione era tanto incanalata che non ci si rendeva conto di cosa ci fosse al di là della finestra…
Anche allora la pioggia batteva sul vetro. Anche allora saliva una musica antica, che non ascoltavo.
La notte è fresca e l’aria profuma di faggio.
Mi rigiro del letto e sorrido.
– Buonanotte a te.
Le gocce continuano a cadere, ma le dita si sono fermate.
Ormai dormo profondamente e non mi occorrono più ninnananne…

Annunci