Il cacciatore di draghi

"Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere." (citazione da citazione di un amico)

Mese: giugno, 2011

L’interventismo è vita

by Valerio Gori

L’evoluzione dell’uomo sembra seguire – almeno in parte – il percorso tracciato dalle paure. In tal senso, l’innovazione appare come un contrappasso pre-mortem che l’intelletto pone a bilanciare il possibile avverarsi dei suoi più fondati timori. Volendo portare un esempio pratico, l’anestesia è stato forse il più grande successo raggiunto dalla scienza dell’era moderna non tanto perché permette di operare con maggiore facilità e risultati migliori, ma perché è andato ad eliminare quello che è un terrore condiviso e naturale: quello di provare dolore. Di esempi da aggiungere alla lista, ve ne sono a bizzeffe: la dinamite (eh già, perché gli esplosivi esistevano eccome, ma la sicurezza di non saltare in aria maneggiandoli, no!), il registratore di suoni, la fotografia, ecc. Tuttavia questa serie tratta solamente quelle innovazioni dette tecniche, mentre non ho per nulla considerato quei mutamenti geniali – a volte tanto geniali da risultare persino diabolici – in grado di cambiare la vita delle persone senza montare neppure una vite (per chi non apprezzasse il gioco di parole, sostituire vite con bullone). Strumenti in grado di aumentare il divario fra l’uomo e l’ominide (differenza mai sufficientemente marcata) attraverso la leva del pensiero. Innovazioni non solo artificiali in quanto nate da menti – e relativi problemi mentali – ma anche – e soprattutto – perché intente ad inibire fin quasi ad eliminare l’istinto più naturale, più profondo e più giustificabile dell’intero regno animale: nutrirsi! Eh già. A chi si domanda se tutta questa pappardella serva solo ad introdurre la mia partecipazione alla triste schiera degli addietati, non posso che rispondere di no e di sì. Di no, perché se fosse una pappardella non sarei a dieta, non vi pare? Di sì, perché, effettivamente, è proprio così! In fondo, dovrò pur occupare in qualche modo l’immenso incremento di tempo libero che mi sono trovato a disporre riducendo a livelli da flebo le prime colazioni, colazioni, seconde colazioni, brunch, pranzi, merende, spuntini diurni, cene, supper e spuntini notturni (So perfettamente che molti dei termini sono interscambiabili e che una persona comune in un paese comune consuma in media tre pasti al giorno, ma provate a passare dalla cassata alla galletta di riso soffiato e ditemi se dieci pasti non vi sembrano una giusta compensazione per le calorie discriminate in ben due giorni!)!

Il mio aguzzino tiene un volume del tutto inconciliabile con i principi esposti nel testo – sempre più degno di considerazione – dei Delitti e delle Pene di Cesare Beccaria, nonché con la Convenzione delle Nazioni Unite del 10/12/1984. Un calssico esempio di spreco di cellulosa, uno di quei volumi che non disdegnerei di vedere al bando in ogni Stato liberale, non liberale e persino non riconosciuto internazionalmente (eh sì, Somaliland, sto parlando anche con te!). Un misto di autocontraddizioni, ossimori ed attentati al genere umano. Al confronto, il Mein Kampf meriterebbe di essere declamato nei luoghi di culto! Il titolo? Ricettario Dietetico, opera dell’esecrabile Elio Muti. In quel concentrato di Siberia e Guantanamo, il mio futuro…

Ora che la Casa Bianca ha espresso il proprio disinteresse per le questioni umanitarie all’estero, a chi appellarmi? Con la scomparsa dell’interventismo statunitense, si spegne la fiamma della speranza di tanti poveri sofferenti, a cui i diritti fondamentali sono rinnegati. Mr. Obama, ripensaci!

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Let it be TAV

by Valerio Gori

Preannuncio che non è mia intenzione scendere in dettagli sulla realizzazione del collegamento Torino-Lione, di cui – diciamoci la verità – non saprei abbastanza per commentare la bontà del progetto. Non sto neppure a sindacare le ragioni di chi contesta la validità della scelta economica – che pare attestarsi su un investimento pari a €21 mld. Al massimo posso esprimere dubbi sulle certezze di chi la considera un inutile sperpero di denaro improvvisando previsioni di lungo termine senza dati sufficienti e senza considerare che la TAV non è Torino-Lione, ma Lisbona-Kiev (peraltro con diramazioni). Per mia personale fede, sono tendenzialmente portato a considerare gli investimenti in infrastrutture al minimo una spesa non ottimale, forse perché ritengo che un paese per svilupparsi non ne sia mai sazio, ma queste sono considerazioni generali.
Fra gli argomenti che mi attirano di meno, ci sono poi l’analisi dei dietrologismi e complottismi vari, che vedrebbero il governo colluso con la mafia, con cui sono collusi con gli imprenditori, che hanno contatti a Bruxelles che al mercato mio padre comprò. A chi pensa che l’opera non debba essere completata perché in odore di infiltrazione mafiosa, chiedo quale opera compierebbe in Italia e come farebbe a non avere il dubbio che vi si presenti lo stesso identico problema anche lì. A meno di non voler rimanere a livelli infrastrutturali insufficienti per garantire lo sviluppo del Paese, non si può ragionare seguendo questa logica.

Sono invece colpito dall’aspetto politico della vicenda, fra l’atteggiamento NIMBY di chi, seppure progressista e di sinistra, si schiera contro la costruzione della TAV come il Presidente Vendola (e del molto meno progressista e molto più populista Grillo) e l’atteggiamento di lungo periodo del governo – alla cui voce si è aggiunta buona parte della sinistra – che rinnega il populismo, che ha solitamente contraddistinto le sue scelte, per difendere un progetto impopolare. Un governo che, una volta tanto, non si mostra isolazionista, ma piuttosto europeista (forse dimenticando che il più fervente sostenitore di quest’idea in Italia era Prodi). Ai primi contesto di non poter mettere davanti al benessere e progresso non solo nazionale, ma dell’intera Unione, gli egoismi di poche migliaia di persone. Ragionando in questa maniera, non si costruirebbe più nulla in nessun luogo. Allo stesso modo non condivido la mancanza di una visione di insieme e di lungo periodo, per cui collegare l’Europa – in particolare l’Est e l’Ovest – in maniera veloce e stabile non sembra un progetto sufficiente perché l’Italia stanzi €21 mld. In un mondo globale ed ancor di più all’interno di una Unione (che vogliamo far crescere e non morire) non c’è spazio per gli isolazionismi. Che davvero il governo l’abbia capito?

La Francia in Guerra: fra Asterix ed Obelix e de Gaulle

by Valerio Gori

“Sai qual è la frase più comune per un francese in guerra?”
Mi arrendo
(statistica condita di ironia)

I francesi – da sempre detentori di una autoironia del tutto particolare – hanno formalizzato la quintessenza della propria frustrazione in un fumetto: Asterix ed Obelix. Prima di tutto spiegano in maniera chiara la triste verità riguardo le proprie tecniche offensive e difensive in qualsivoglia conflitto armato: bevi la prima cosa che ti capita a tiro e spera che sia una pozione magica! Non è certo un assunto da poco in contesto bellico. Ci vuole un certo grado di umiltà per ammettere la propria totale incompetenza militare. O di autoironia. O di memoria…

Pare che nel 1940 vi si impiegarono meno di due mesi perché la Francia capitolasse. La durata di tale evento è data dall’impossibilità per le truppe di muoversi più velocemente.

In contrapposizione alla deficienza militare – ebbene sì, un certo premio di consolazione dovrà pur essere elargito a questi sfortunati cugini – la Francia è sempre stata molto valida dal punto di vista diplomatico. Basti pensare a cosa accadde durante il Congresso di Vienna (1815) per rendersene conto: un certo Monsieur Tailleyrand – un tempo fervente napoleonico – spiegò a modo suo come la Francia avesse in realtà perso in tutte le campagne vinte da Napoleone e vinto in quelle da questi perse. Difatti pensare che Napoleone potesse rappresentare la Nazione era di per sé sbagliato. Napoleone era un dittatore. Perciò, la Francia, proprio nella sconfitta di costui era vittoriosa e quindi di diritto doveva sedersi al fianco di Austria, Inghilterra, Russia, eccetera, eccetera. Risultato? Nessuno Stato era rappresentato da diplomatici fra i perdenti, mentre dalla parte dei vincitori c’era chi iniziava a soffrire di claustrofobia.

Poco diverso il ragionamento per quanto riguarda la Seconda Guerra Mondiale, una guerra non combattuta affatto. Difatti mentre mezza Francia era occupata dai Nazisti, l’altra mezza era governata da un governo proprio e filo-tedesco. Un solo povero valoroso guerriero, un condottiero vecchio stile, con spiccato senso dell’onore, da Londra – dove era prontamente fuggito – incitava i suoi concittadini, in Francia, a resistere ed a ribellarsi, senza capire che questi avevano ben capito che conveniva essere filo-nazisti che bombardati (ammesso e non concesso che non si avesse un biglietto sola andata per l’Inghilterra, s’intende!). Non mancarono comunque atti di eroismo: ho per caso già introdotto il coraggio del Gen. de Gaulle, il salvatore della Patria, l’eroe nazionale? Magari dal punto di vista francese il fatto che non fosse andato direttamente a New York era già un gran passo…

L’esercito francese non brillò per le sue imprese belliche eppure la République Française fu rappresentata dal suo diplomatico, seduta fra i vincitori. Difatti la Nazione era quella di de Gaulle (che nel simbolo della sua Francia Libera – oltre che in cerimonie ufficiali – fa riferimento alla similitudine fra sé e Giovanna d’Arco, con cui sembrava condividere l’indemocraticità del ruolo di rappresentante della Francia), non di Petain (ufficialmente nominato Primo Ministro dall’allora Presidente della Repubblica Francese Albert Lebrun)! Così come l’Italia ha perso la guerra perché era l’Italia di Mussolini e non quella di Badoglio. Che sia mai possibile che nel 1939 nessun emigrante, magari proveniente da un povero paesino della Basilicata, si sia investito del titolo di rappresentante degli italiani mentre risiedeva – che so – a Sydney? Ma, soprattutto, che sia possibile che un fatto tanto futile avrebbe davvero potuto cambiare le sorti del nostro Paese? Pare che per quanto riguarda il Sig. de Gaulle sia andata più o meno così. Mah.
Mi stupisco ogni volta che ci penso di come sia possibile che il popolo italiano si sia fatto superare dai francesi nel gioco delle tre carte. Non l’avevamo inventato forse noi?

Ancora oggi la Francia ha diritto di veto all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (esercitato 18 volte).