Il Referendum che non s’aveva da fare

di Valerio Gori

Se ne è parlato molto. Sparlato ancor di più. Se ne è persino cantato! Sembra di trovarsi di fronte al referendum del secolo, con motti, bandiere, coccarde e manifestazioni a spuntare qua e là per tutta Italia. Una movimentazione forse essagerata, degna di un evento epocale quanto d’un carnevale. Ne vale davvero la pena?

Cerchiamo di capirci qualcosa. Si tratta davvero di quesiti importanti? A giudicare dal numero di articoli sui quotidiani, di post du blog e status su Facebook (con tanto di foto del profilo), di giornalisti veri ed improvvisati, di gente dello spettacolo e politici coinvolti nella propaganda non sembrerebbe esserci alcun dubbio. Eppure…

Eppure si è trasformato in un dibattito politico, totalmente controproducente per gli stessi che hanno contribuito a renderlo tale. Difatti, una vittoria dei Sì, per quanto verrebbe accompagnata da continue richieste di dimissioni del Primo Ministro non destabilizzerebbe affatto il governo (non più di quanto non lo sia in seguito alla sconfitta elettorale delle recenti Amministrative). Al contrario, il probabile non raggiungimento del quorum verrebbe subito imputato all’incapacità delle sinistre di fare breccia nei cuori degli elettori, sottolineando ancora una volta la capacità di fare molto rumore per non ottenere risultati concreti.

Per di più si aggiungerebbe la conferma storica dell fallimento dell’istituto del referendum, esercizio per eccellenza della sovranità popolare tanto cara alle sinistre quanto poco all’attuale centrodestra. Ed ancora, il PdL e la Lega avrebbero materiale per considerarsi ancora benvoluti dalla maggioranza degli elettori, non potendo discernere fra gli astenuti coloro che appoggiano i loro partiti da coloro che, semplicemente, non sfilano le pantofole.

Ma c’è di più. A prescindere dall’esito del referendum, quello che si è instaurato in questi giorni ha dell’interessante. Difatti, la speranza vana di dare una “spallata” a Berlusconi sta spingendo una sostanziosa fetta di elettorato a votare priva del senso critico e delle conoscenze che sono alle fondamenta dell’istituto del referendum. Andando a votare “quattro Sì senza se e senza ma” non solo si finisce per aver fatto il gioco del governo, ma si va a votare in barba all’interesse nazionale. In poche parole, quante persone andrebbero a votare quattro Sì se i quesiti fossero stati promossi dal centrodestra? A mio giudizio, pochissimi di quelli che andranno a farlo domenica e lunedì.
Stiamo forse dimenticandoci che il referendum pone nelle mani di ognuno la responsabilità di decidere per il benessere del Paese? Prestarsi a giochetti politici non è maturo né responsabile.

Annunci