Referendum sì, Referendum no.

di Valerio Gori

Una settimana fa i risultati del recente referendum provocavano gioia, schiamazzi, orgasmi, annuncato rinnovamento, richieste di cambiamento, richieste di dimissioni, vittorie annunciate e, come sempre, indifferenza. Prescindendo da quest’ultimo sentimento sempre troppo presente nei petti degli elettori, si può davvero asserire che ne sia valsa la pena? Qualche giorno fa avrei scosso il capo. Oggi, dopo una attenta riflessione rigurdo la situazione politico-istituzionale italiana, mi avvalgo del beneficio del dubbio.

In Italia, durante gli ultimi governi, si è assistito ad un crescente slittamento delle funzioni legislative verso il Governo, lasciando al Parlamento la funzione di garantire l’operato di questi in nome del Popolo. Eppure le recenti vicende di corruzione insieme ai movimenti autonomi e trasversali di diversi onorevoli ha minato la base rappresentativa delle Camere. In assenza di funzioni di rappresentanza e garanzia (poco importa se totale o parziale, se sostanziale e non formale) del Parlamento, chi si è rafforzato è stato proprio il Governo, organo non solo amministrativo, ma ormai quasi unico esercitante effettivamente la funzione legislativa e pressocché libero da controllo. Questo peso preponderante dell’Esecutivo funziona anche da difesa da eventuali intromissioni di altri organismi preposti a garanzia dell’equilibrio dei poteri: la magistratura (attraverso le cosiddette “leggi ad personam”) ed il Presidente della Repubblica.

In aggiunta, la debolezza del Parlamento si ripercuote sulla possibilità da parte dell’opposizione di svolgere il suo ruolo e contrastare il governo prima delle tornate elettorali.
In questo contesto, dove Berlusconi si sente legittimato dal popolo a concentrare su di sé poteri anche non propri del Primo Ministro, non vi è altra garanzia sul suo operato se non quella proveniente dal basso.

Il Referendum della scorsa settimana – così come la proposta di un prossimo riguardo la normativa elettorale – è perciò sintomo di un disequilibrio fra i poteri e – in piena concezione liberale – costituisce una forma di garanzia che si innesca lì dove vi è il fallimento della rappresentanza, dell’opposizione e delle garanzie proprie degli ordinamenti democratici. Poco importa se sia il solo mezzo a disposizione dei partiti di minoranza per opporsi al Primo Ministro o se prescinda dal colore politico. L’utilizzo dell’istituto del Referendum – ed ancor di più il tentativo di reiterazione del suo impiego – dimostra la crisi che l’Italia rischia di vedere qualora non si tenga in considerazione il mutato contesto istituzionale.

Perciò ritengo indubbio il fatto che, a prescondere dalle intenzioni individuali degli elettori, si sia trattato di una azione volta a contrastare il Governo. La sola perpetrabile da una voce contro Berlusconi.

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