La mia Londra

di Valerio Gori

duecentonovantuno giorni fa sono arrivato a Londra. Per duecentonovantuno giorni – interrotti sempre più frequentemente e sempre più a lungo dopo i primi cinque mesi – ho combattuto con tutto me stesso per comprendere l’accento British (battaglia solo in parte vinta), l’Irish (battaglia conclusa con disastrosa ritirata) e lo Scottish (battaglia che fa passare Caporetto per un simpatico buffetto). Ho mangiato le salsicce Cumberland – con tanto di due dita di grasso sciolto durante la loro cottura – e fish and chips non molto più dietetiche. Ho guadagnato diversi chilogrammi sulla bilancia e ne ho persi altrettanti quando ho deciso di cucinarmi quello che riuscivo a comprare con 10 pound (13 euro). Li ho ripresi quando ho scoperto le magnifiche birre locali (Timothy Taylor la migliore sena ombra di dubbio) e come queste si sposassero bene con hamburger, formaggio e pancetta. Ho girato qua e là per tutto il centro, conosco ristorantini indiani dove il cibo sembra uscire da una cucina del Punjab, canaletti romantici dove passeggiano cigni e papere e non ho mai visto Buckingham Palace.

La mia Londra non è quella che si legge sulle guide turistiche dalla copertina blu con il Big Ben in primo piano. Le mie gite a Borough Market erano finalizzate a cucinarmi una cena decente, i giri per i mercatini di Camden Town a scovare quadri per arredare casa di amici, la National Gallery per passare qualche piacevole oretta mentre aspettavo che la mia ragazza terminasse le lezioni lì vicino. Nelle giornate di Sole potevo studiare a Regent’s Park dove le spose si facevano fotografare in abiti etnici, consapevole che non ero un turista. Io ero lì perché era il prato più vicino dove stendermi con i libri. In quelle di pioggia, invece, potevo rimanere a bere al Volunteers con Alia, Luis, Alice, Omero e Mourad (od una qualsiasi combinazione di questi) fingendo di aspettare che spiovesse. E, grazie al cielo, non spioveva mai dopo la terza pinta!

La mia Londra è una città che si estende da Butlers’ Warf fino a Edgeware Rd. senza passare per Hyde Park. E proprio a Butlers’ Warf – anche se ho vissuto la gran parte di questo periodo a St. Kathrine’s Dock – ha il suo centro. E’ caratterizzata dalle finestre blu della casa che vedo quando ceno (con il coinquilino dell’ultimo piano che fuma le sue Dunhill in terrazzo), dalla passeggiata sul lungotamigi che conduce a Horniman, dal piccolo pub sotto il pilastro sud del Tower Bridge; ma anche dalla common room con schermo immenso che mi permette di umiliare – a modo mio, s’intende – a PES Giovanni, delle partite a calcetto di sabato mattina con questi, Sebastian ed Oddur (di cui le ultime sotto la pioggia). Delle litigate per il campo con i teenager locali e delle sfide sempre perse contro chi ci passa tutta la giornata a tirare calci ad un pallone.

La mia Londra è la città dove sono arrivato decidendo con Martina che ci saremmo divisi l’affitto per questioni economiche per poi mitigare verso un essere coinquilini ed infine accettare sorridendo che la convivenza non era affatto male. E’ dove ho imparato che non si deve mangiare speziato il giorno prima di un esame e dove ho ripetuto l’errore perché a quel Lamb Bhuna non posso proprio resistere. E’ dove mi addormento e sveglio sempre con la stessa persona accanto, in grado di rubarmi le coperte, i cuscini e spingermi fuori dal materasso senza stare troppo a sindacare se questo sia singolo o matrimoniale. Ed è dove mi rialzo mezzo addormentato e torno a letto felice di essere stato almeno in parte svegliato così da poter ricordare una coccola in più (che tanto, anche se dorme, mi abbraccia lo stesso).

Negli ultimi due anni ho vissuto un po’ qua ed un po’ là per l’Europa. Pochi mesi ancora e dovrò abituarmi che questo splendido periodo è ormai materiale da ricordo.
Dopodomani si torna a casa…

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