Apologia della sudditanza

di Valerio Gori

In questi ultimi anni si è assistito ad una graduale riduzione della presenza statunitense al di fuori del continente americano. La scelta era difficilmente evitabile, considerando la situazione drammatica in cui verte tutt’ora l’economia interna (con relative conseguenze sociali). Impossibile non riconoscere a Mr. Obama il coraggio di aver ammesso la debolezza del proprio Paese, tanto da un punto di vista politico quanto economico. Eppure come non contestare a questo Presidente – ufficialmente un liberale di sinistra – il disinteresse per il mondo al di fuori dai confini nazionali? Che gli USA si siano dimenticati la responsabilità del ruolo ricoperto negli ultimi decenni?

La mancanza di un leader nelle relazioni internazionali non solo comporta una tendenza al disordine (se non altro perché nessuno verrà a spazzare la polvere alzata dagli USA dai pavimenti di tutto il Mondo), non solo apre lo spazio per alleanze ed aggregazioni di sottoinsiemi tendenzialmente contrastanti, ma – ed aggiungerei, soprattutto – ci priva del carisma e della guida statunitense che hanno fortemente contribuito all’evoluzione ed allo sviluppo degli ideali liberali e dell’economia di mercato.

Il dietrofront di Mr. Obama sull’esportazione dei pilastri democratici di cui sopra non riguarda solamente il Medioriente – dove l’intervento è stato ridimensionato da esportazione della democrazia a indebolimento di Al-Qaeda quanto basta ad evitare ulteriori 9/11 – ma l’intero Mondo. L’America che si tira fuori dalla questione libica (permettendo a Francia e Regno Unito di rialzare la testa, china dal 1956), che si ritira dall’Afghanistan disinteressandosi del futuro degli afghani, che abbandona il tentativo di porre sotto la propria influenza Rep. Ceca e Polonia (ricollocandole, de facto sotto la sfera russa), dimostra l’impossibilità ed/od il disinteresse di Washington ad assumere un ruolo centrale nelle questioni lontane dai propri confini.

Abbiamo cessato di essere i sudditi della Casa Bianca, cessato di essere per metà americani anche se formalmente europei. Cessato di avere un alleato in grado di prodigarsi per la nostra crescita economica, culturale e sociale. Oggi siamo tutti sovrani, ma di quei sovrani poco avvezzi al governare. Lo abbiamo dimostrato quando abbiamo chiesto – e non imposto – alle Nazioni Unite cosa fare con la Libia. Lo abbiamo dimostrato quando, ricevuto uno schiaffo da Lula ed un altro dal successore, non siamo stati in grado di rispondere. Lo abbiamo dimostrato ancora una volta quando ci siamo disinteressati di quello che accade in Medioriente, a poche centinaia di chilometri dalla nostra Unione. Lo dimostriamo ogni volta che il nostro sguardo non va più in là di Bruxelles e quello di Bruxelles più in là di noi. Eppure, forse qualcuno non se lo sarebbe aspettato? L’UE è molto meno coesa al proprio interno di quanto non fossero gli Stati Uniti con i singoli membri della stessa appena dieci anni fa. Molto più interessata a spartirsi il bottino interno piuttosto che affacciarsi al Mondo. Molto più pigra e lassa di quanto non sarebbero i singoli Stati da soli. Ai tempi dell’egemonia statunitense eravamo un coro di voci (le nostre forse troppo deboli per essere sentite se non sulla stessa frequenza di quella potente americana), mentre oggi facciamo un gran chiasso. Non c’è Regno Unito, Germania o Francia a poter dare il La, a poter guidare gli Stati minori verso il progresso. E non ci saranno neppure gli Stati Uniti.
Siamo davvero sicuri che senza padrone saremo in grado di camminare diritto?

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