La Francia in Guerra: fra Asterix ed Obelix e de Gaulle

di Valerio Gori

“Sai qual è la frase più comune per un francese in guerra?”
Mi arrendo
(statistica condita di ironia)

I francesi – da sempre detentori di una autoironia del tutto particolare – hanno formalizzato la quintessenza della propria frustrazione in un fumetto: Asterix ed Obelix. Prima di tutto spiegano in maniera chiara la triste verità riguardo le proprie tecniche offensive e difensive in qualsivoglia conflitto armato: bevi la prima cosa che ti capita a tiro e spera che sia una pozione magica! Non è certo un assunto da poco in contesto bellico. Ci vuole un certo grado di umiltà per ammettere la propria totale incompetenza militare. O di autoironia. O di memoria…

Pare che nel 1940 vi si impiegarono meno di due mesi perché la Francia capitolasse. La durata di tale evento è data dall’impossibilità per le truppe di muoversi più velocemente.

In contrapposizione alla deficienza militare – ebbene sì, un certo premio di consolazione dovrà pur essere elargito a questi sfortunati cugini – la Francia è sempre stata molto valida dal punto di vista diplomatico. Basti pensare a cosa accadde durante il Congresso di Vienna (1815) per rendersene conto: un certo Monsieur Tailleyrand – un tempo fervente napoleonico – spiegò a modo suo come la Francia avesse in realtà perso in tutte le campagne vinte da Napoleone e vinto in quelle da questi perse. Difatti pensare che Napoleone potesse rappresentare la Nazione era di per sé sbagliato. Napoleone era un dittatore. Perciò, la Francia, proprio nella sconfitta di costui era vittoriosa e quindi di diritto doveva sedersi al fianco di Austria, Inghilterra, Russia, eccetera, eccetera. Risultato? Nessuno Stato era rappresentato da diplomatici fra i perdenti, mentre dalla parte dei vincitori c’era chi iniziava a soffrire di claustrofobia.

Poco diverso il ragionamento per quanto riguarda la Seconda Guerra Mondiale, una guerra non combattuta affatto. Difatti mentre mezza Francia era occupata dai Nazisti, l’altra mezza era governata da un governo proprio e filo-tedesco. Un solo povero valoroso guerriero, un condottiero vecchio stile, con spiccato senso dell’onore, da Londra – dove era prontamente fuggito – incitava i suoi concittadini, in Francia, a resistere ed a ribellarsi, senza capire che questi avevano ben capito che conveniva essere filo-nazisti che bombardati (ammesso e non concesso che non si avesse un biglietto sola andata per l’Inghilterra, s’intende!). Non mancarono comunque atti di eroismo: ho per caso già introdotto il coraggio del Gen. de Gaulle, il salvatore della Patria, l’eroe nazionale? Magari dal punto di vista francese il fatto che non fosse andato direttamente a New York era già un gran passo…

L’esercito francese non brillò per le sue imprese belliche eppure la République Française fu rappresentata dal suo diplomatico, seduta fra i vincitori. Difatti la Nazione era quella di de Gaulle (che nel simbolo della sua Francia Libera – oltre che in cerimonie ufficiali – fa riferimento alla similitudine fra sé e Giovanna d’Arco, con cui sembrava condividere l’indemocraticità del ruolo di rappresentante della Francia), non di Petain (ufficialmente nominato Primo Ministro dall’allora Presidente della Repubblica Francese Albert Lebrun)! Così come l’Italia ha perso la guerra perché era l’Italia di Mussolini e non quella di Badoglio. Che sia mai possibile che nel 1939 nessun emigrante, magari proveniente da un povero paesino della Basilicata, si sia investito del titolo di rappresentante degli italiani mentre risiedeva – che so – a Sydney? Ma, soprattutto, che sia possibile che un fatto tanto futile avrebbe davvero potuto cambiare le sorti del nostro Paese? Pare che per quanto riguarda il Sig. de Gaulle sia andata più o meno così. Mah.
Mi stupisco ogni volta che ci penso di come sia possibile che il popolo italiano si sia fatto superare dai francesi nel gioco delle tre carte. Non l’avevamo inventato forse noi?

Ancora oggi la Francia ha diritto di veto all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (esercitato 18 volte).

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