Let it be TAV

di Valerio Gori

Preannuncio che non è mia intenzione scendere in dettagli sulla realizzazione del collegamento Torino-Lione, di cui – diciamoci la verità – non saprei abbastanza per commentare la bontà del progetto. Non sto neppure a sindacare le ragioni di chi contesta la validità della scelta economica – che pare attestarsi su un investimento pari a €21 mld. Al massimo posso esprimere dubbi sulle certezze di chi la considera un inutile sperpero di denaro improvvisando previsioni di lungo termine senza dati sufficienti e senza considerare che la TAV non è Torino-Lione, ma Lisbona-Kiev (peraltro con diramazioni). Per mia personale fede, sono tendenzialmente portato a considerare gli investimenti in infrastrutture al minimo una spesa non ottimale, forse perché ritengo che un paese per svilupparsi non ne sia mai sazio, ma queste sono considerazioni generali.
Fra gli argomenti che mi attirano di meno, ci sono poi l’analisi dei dietrologismi e complottismi vari, che vedrebbero il governo colluso con la mafia, con cui sono collusi con gli imprenditori, che hanno contatti a Bruxelles che al mercato mio padre comprò. A chi pensa che l’opera non debba essere completata perché in odore di infiltrazione mafiosa, chiedo quale opera compierebbe in Italia e come farebbe a non avere il dubbio che vi si presenti lo stesso identico problema anche lì. A meno di non voler rimanere a livelli infrastrutturali insufficienti per garantire lo sviluppo del Paese, non si può ragionare seguendo questa logica.

Sono invece colpito dall’aspetto politico della vicenda, fra l’atteggiamento NIMBY di chi, seppure progressista e di sinistra, si schiera contro la costruzione della TAV come il Presidente Vendola (e del molto meno progressista e molto più populista Grillo) e l’atteggiamento di lungo periodo del governo – alla cui voce si è aggiunta buona parte della sinistra – che rinnega il populismo, che ha solitamente contraddistinto le sue scelte, per difendere un progetto impopolare. Un governo che, una volta tanto, non si mostra isolazionista, ma piuttosto europeista (forse dimenticando che il più fervente sostenitore di quest’idea in Italia era Prodi). Ai primi contesto di non poter mettere davanti al benessere e progresso non solo nazionale, ma dell’intera Unione, gli egoismi di poche migliaia di persone. Ragionando in questa maniera, non si costruirebbe più nulla in nessun luogo. Allo stesso modo non condivido la mancanza di una visione di insieme e di lungo periodo, per cui collegare l’Europa – in particolare l’Est e l’Ovest – in maniera veloce e stabile non sembra un progetto sufficiente perché l’Italia stanzi €21 mld. In un mondo globale ed ancor di più all’interno di una Unione (che vogliamo far crescere e non morire) non c’è spazio per gli isolazionismi. Che davvero il governo l’abbia capito?

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