Il cacciatore di draghi

"Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere." (citazione da citazione di un amico)

Mese: luglio, 2011

New York, New York: storia di un cattolico liberale

by Valerio Gori

L’idea di questo articolo sorse alla notizia del sostegno di Jim Alesi – senatore dello stato di New York, repubblicano e, soprattutto, cattolico – alla proposta di legalizzazione dell’estensione del matrimonio per le coppie omosessuali.

L’ormai socialmente assodato collegamento sono cattolico – sono contrario alla possibilità per i gay di sposarsi portava logicamente a ritenere impensabile che il sen. Alesi avesse potuto votare a favore. Difatti, ero spinto – schiavo della consuetudine – a ritenere che un fervente seguace della Chiesa di Roma non potesse avallare e persino favorire una pratica che la propria religione considera malata e peccaminosa. In realtà non è affatto così. Non in un paese liberale, perlomeno. Che in Arabia Saudita appartarsi con un uomo sia reato tanto grave da costare 200 frustate ad una diciannovenne, perché così è stabilito dal Corano, non significa che la stessa considerazione venga fatta in Inghilterra da chi segue i precetti di Maometto. O in Turchia, dove la maggioranza della popolazione è mussulmana. O in qualsiasi stato laico.

Kiss-In Paris

Kiss-In, Paris 2009. Gentilmente concessa da Philippe Leroyer

Perciò, quando qui, nella parte civile del mondo, si parla di religione e di Stato si parla di due sfere ben distinte della vita di una persona e comunità. Dire che un cattolico debba per forza di cose votare contro il matrimonio delle coppie omosessuali è da una parte contrario ai principi liberali e, dall’altra, non segue affatto quelli religiosi. Difatti o si decide che ogni cattolico debba comportarsi in modo tale da attrarre lo Stato entro la dottrina dogmatica della propria religione (e perciò si pone in essere l’imposizione di battesimo per legge), oppure si considera che, in un ordinamento liberale, un credente sia, prima di tutto, un cittadino e perciò si ponga davanti ai suoi simili con indole liberale. La confusione fra queste due sfere porta al principio “sono cattolico – non voglio che i gay si sposino” che non è altro che una banale fallacia logica detta non sequitur.

In realtà il principio logico vuole che “sono cattolico” sia seguito da “quindi non sposo una persona del mio stesso sesso” e non “sono cattolico quindi TU non sposi una persona del TUO stesso sesso”. Sarebbe lo stesso dire “sono cattolico quindi TU domenica vai a messa” o “sono cattolico quindi TU crederai in un solo Dio, Padre onnipotente, ecc…”.
Dal momento in cui lo Stato si è secolarizzato e la Curia ha mantenuto solamente un potere spirituale, ogni individuo è stato libero di credere in ciò che preferiva, di fare ciò che desiderava di domenica e di avere i propri diritti riconosciuti in maniera uguale rispetto ai propri concittadini. E se un cattolico non mi impone (neppure per salvare la mia anima dall’inferno o la società dal collasso) di mangiare il corpo di Cristo, non mi impone di far festa a Pasqua e Natale, non mi impone di lodare il loro Dio, allora non può impormi di non sposare la persona che preferisco. Anche se del mio medesimo sesso.

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Shankaboot

by Valerio Gori

Di serie ne è piena la televisione, dagli storici Simpsons (e, meno brillanti e meno storici, Griffin), a quelle divertenti come Big Bang Theory e How I Met Your Mother, che cercano di accaparrarsi il favore dei telespettatori malinconici, speranzosi in un ictus amnesico per potersi rivedere tutto Friends senza ricordarsi di averlo già guardato e riguardato fino alla nausea, a quelle per adolescenti – traduzione televisiva di quello che le boyband sono state per la musica – come O.C. e simili, eccetera eccetera. Piuttosto recentemente il successo delle serie televisive ha portato chi non era in grado, per un motivo o per l’altro, di trasmetterle su canali televisivi, a tentare la fortuna via Internet. Questo è il caso di Freaks, webserie demenziale, vincitrice del Telefilm Festival 2011 come miglior serie italiana, che molto deve alla cugina britannica Mistfits ed all’americana Heroes. Nello stesso momento, nasce sul web un progetto del tutto particolare che si è recentemente guadagnato un posto di tutto rispetto nella storia degli sceneggiati: Shankaboot.

La trama è semplice, quasi banale. Un ragazzo delle consegne gira per Beirut con il suo motorino – appunto, Shankaboot – fungendo da espediente per mostrare la vita nella capitale libanese. La telecamera lo segue, spingendosi dentro le magnifiche case della classe alta, ma anche nei bassifondi, fotografando la quotidianità di una nazione dal futuro ancora incerto fra possibilità di crescita, contraddizioni, vecchie tradizioni da secolarizzare e corruzione. Una serie “vera”, che riprende quello che un Suleiman (il nome del ragazzo delle consegne) qualsiasi potrebbe raccontare. Ce n’è per tutti i gusti: da chi ama il Medioriente e può apprezzare ogni episodio quasi fosse un documentario sociale, a chi cerca serie sempre nuove che possano stuzzicare la propria curiosità. Shankaboot non è solo la novità in fatto di sceneggiati, ma è soprattutto la dimostrazione, ancora una volta, della preponderanza di Internet nel Medioriente su qualsiasi altro mezzo di diffusione delle informazioni. Rappresenta una serie giovane per una generazione giovane, molto meno lontana da noi di quanto non si tenda a credere. Cerca di mostrare il futuro attraverso gli occhi di chi, quel futuro, dovrà costruirlo. Mostra, alla fine, un Medioriente in continuo cambiamento che vale la pena di conoscere e provare a capire. Magari cominciando proprio da qui (premere CC in basso a destra per i sottotitoli in inglese).

La Tempesta di Albertazzi… con buona pace di Shakespeare!

by Valerio Gori

Ieri sera, il Globe Theatre. Non quello originale (?!), ricostruito a Londra nel 1997, ma la copia ricostruita a Roma nel 2003. L’ambientazione, in realtà, la preferisco a quella del gemello inglese e di molto. Trovo sempre un qualcosa di magico nel parco illuminato di notte. La priva volta andai ad assistere al sogno d’una notte di mezza estate (che ripeteranno anche quest’anno con la stessa compagnia). Uscire dal Silvano Toti Globe Theatre e trovarsi nel cuore di villa Borghese sembrava come abbandonare il parterre per entrare in quel mondo di fate che la scenografia riusciva appena ad abbozzare sul palco. E così, aiutato tanto da buio ed ombre, quanto dalla magia del teatro, potevo immaginare nuovamente la vicenda, con satiri, fauni, duchi ed amazzoni, stavolta senza rinchiuderla in una ventina di metri quadrati di parquet, ma dandole il respiro che meritava!

Ieri sera, la Tempesta. Il protagonista, attorno al quale l’intera compagnia teatrale si è prostrata e costruita: Giorgio Albertazzi. Il grande Giorgio Albertazzi. L’esperto Giorgio Albertazzi. Non che lo conoscessi, né di persona, né artisticamente. Seguii si e no due sue rappresentazioni alla TV, delle quali, peraltro, neppure ricordo il titolo. Ero tuttavia estasiato dall’idea di poter assistere ad una sua esibizione, peraltro inebriato dalle critiche che riceveva alla veneranda età di 87 anni:

La performance di Albertazzi è semplicemente straordinaria; l’incedere grave, la calda voce e la posa solenne del maestro si adattano perfettamente al personaggio shakespeariano. In maniera insuperabile Albertazzi riproduce il turbamento di Prospero, l’astuzia nell’ordire e attuare il piano di vendetta nei confronti degli usurpatori e il commovente perdono, che sugella il dramma con il lieto fine. (Letterefilosofia.it)

Un indimenticabile Giorgio Albertazzi. (Cultumedia Magazine)

e così via, senza molte variazioni sul tema, in effetti. Cosa di meglio, allora, che spendere una serata splendida in un luogo magico ad assistere ad una grande opera magistralmente recitata? Sicuramente poche cose! E così, sono andato ad assistere alla rappresentazione con un’aria di soddisfazione quasi avessi rubato il biglietto piuttosto che pagarlo.

Giorgio Albertazzi non lo conoscevo trent’anni fa. Oggi è un vecchio dalla splendida voce calda e suadente che però fatica ad essere diretta da una memoria vacillante. Se è vero che solamente in qualche occasione ha dimenticato la battuta – per dover poi ripetere una parola o due al fine di riprendere il filo – è altresì vero che il non aver fissato la parte non permetteva all’attore di interpretarla. La ripeteva, tutto qui. L’avesse letta su un gobbo, fermo, senza trucco e senza costume, sarebbe stato più Prospero di quanto non si sia dimostrato davanti ai miei occhi. L’espressività ormai era avvizzita fra la stanchezza delle rughe e le pesanti parole quasi si accasciavano sulle sue labbra così da uscirne solo per metà: quanto basta per udirle, non per capirle.

Il resto della compagnia era vario. Mentre le parti più propriamente “basse” e goliardiche erano affidate ad attori che le padroneggiavano senza difficoltà (forse anche grazie al minor grado di complessità dei personaggi), quelle principali erano completamente svilite da recitazioni pompose, finte, esasperate tanto quanto Albertazzi era flemmatico. Non fosse per il contrasto (che infastidiva persino), sarebbe stata comunque un’esperienza da dimenticare. Piuttosto che essere catturato dalla scena, dalle vicende, dai drammi psicologici venivo colpito dall’incapacità di comunicare degli attori, che mi provocava non poco disagio. Ero lì, ascoltandoli con gli occhi socchiusi quasi a diventare tutto orecchio per sentire meglio. Ero lì, proteso verso il palco quasi combattuto fra il suggerire a quei balbuzienti le parole o l’attendere rispettoso la fine del blocco verbale.