Il cacciatore di draghi

"Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere." (citazione da citazione di un amico)

Mese: agosto, 2011

Redditi Online: se è ricco, è perché ha rubato!

by Valerio Gori

Recente notizia: il governo Italiano è in procinto di studiare l’ipotesi per il reinserimento degli stipendi dei cittadini in rete. In questo tormentone estivo caratterizzato da un passo in avanti, uno indietro e – a quanto pare – uno al lato, diventa difficile seguire la trasformazione in atto nel paese. Un punto, però, sembra chiaro: il sommerso va riportato a galla in qualche modo. Ci si era pensato con una tassa fissa sui beni di lusso, con una mandrakata non ben specificata, eccetera, eccetera. Oggi viene fuori l’ipotesi internet. In poche parole, essendo l’Italia un popolo da reality e social network, l’idea è di trasformare ogni persona in un “piccolo fratello” che vada a denunciare chi scopre avere un reddito troppo alto rispetto a quanto, a palmi, dovrebbe avere. In teoria, il sistema dovrebbe funzionare, eppure mi riservo qualche dubbio.

Le verifiche fiscali, in un ordinamento giuridico fatto di un’infinità di leggi, legguccie, articoli ed articoletti è una giungla nella quale pochi impavidi e preparati Sandokan della ragioneria sanno addentrarsi. Professionisti che costano e che, perciò, possono essere assoldati da chi, di disponibilità finanziarie, ne ha. Naturalmente non è sempre così: dipende da che tipo di tasse si pagano. Tuttavia, dato che il problema dell’evasione ricade principalmente su professionisti privati, più questi avranno bisogno di nascondere, migliore sarà il loro commercialista, maggiori saranno le leggi che saranno tenute in considerazione. Allora dove sta il problema? Nel fatto che, comunque, le verifiche fiscali sono uno spettro. Soprattutto per chi non può o non vuole corrompere i funzionari delle fiamme gialle (pratica sostitutiva od integrativa della presenza di commercialisti capaci). Soprattutto per chi non ha un commercialista a seguire ogni passo, ma solo a stendere le dichiarazioni. Eppure, generalmente, queste persone non guadagnano così tanto da destare sospetti di evasione. Ma siamo davvero sicuri che noi piccoli fratelli denunceremmo davvero chi sospettiamo di frode allo Stato? La verifica è semplice: 

1. Pensiamo a chi denunceremmo, così, alla buona, perché senza saper leggere né scrivere, ci potrebbe stare.
Per coloro che non hanno fatto nomi, perché ritengono questo primo passo assurdo, complimenti, sono con voi. Però, c’è ancora la fase successiva…

2. Pensiamo a chi ci denuncerebbe (magari se avessimo una piccola attività), anche solo sulla base di antipatie, tensioni, scontri fra vicini, idee politiche opposte, insomma, tutto nel calderone va bene.
Chi non ha tirato fuori nessun nome neppure qui, o vive da solo sulla vetta del K2, oppure è meglio che non apra mai un’attività. 

Il punto è chiaro: le denunce non prenderebbero la direzione desiderata (denunciare chi evade), ma, nel dubbio, pensando che tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo le nostre magagnucce, o staremmo zitti sperando di non ricevere a nostra volta una denuncia oppure denunceremmo a destra e a manca tutti gli antipatici, i brutti, quelli con i capelli rossi e chi ci va di più. Per non contare di chi, magari sudandoselo, si è guadagnato quello che noi avremmo sempre voluto e non abbiamo mai avuto. Ecco, un’altra bella idea per spingere verso il basso chi non riusciamo a raggiungere.

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Avanti Popolo, alla riscossa. Bandiera verde, bandiera verde

by Valerio Gori

Di idee mal poste e poi rinnegate, gli esponenti della Lega ne hanno il cilindro pieno. Capita che se ne escano con fazzoletti sporchi che, dopo una tirata di redini, vengono prontamente trasformati in colombe. Tuttavia ritengo che un trucco da circo non sia sufficiente a cancellare il fatto che, effettivamente, gli stracci luridi ci fossero e ci sono. Difatti, cercando di essere un elettore responsabile, non mi sentirei mai di dare un voto a offre un giro di casa dopo aver chiamato una ditta a ripulirla da cima a fondo: saprei per certo che, dopo un mese o due, la lordura tornerebbe a galla e, per qualche anno, non ci sarebbe modo di evitare ai suini di pascercisi dentro.
Il 22 Agosto 2011, il Ministro Calderoli dichiarava:

L’idea è quella di individuare alcuni parametri che tratteggiano un tenore di vita medio, per poi andare all’imposizione su quei beni che decisamente lo superano. L’informatica oggi può aiutarci molto, e l’obiettivo è anche quello di smontare tutti quei giochini che si fanno per eludere il fisco, da certi leasing alle società di comodo. (Marco Cremonesi, Wall Street Italia, 22 Agosto 2011)

In poche parole: una tassa patrimoniale sui “ricchi”. Nulla mi ha stupito di meno della smentita/precisazione con cui l’idea è stata poi ripresentata pochi giorni dopo. Il sole verde delle alpi non è nuovo a buttare in piazza idee populiste per poi sciacquare i panni nel Tevere. Perciò dall’idea di tassare chi possiede beni di lusso, così da catturare nelle reti anche coloro che hanno evaso indirettamente il fisco, si passa ad una non ben specificata idea incentrata unicamente nello stanare gli evasori. Come spiegano Di Girolamo e Marro, “la tecnicalità del provvedimento è ancora da definire” (Corriere della Sera, 30 Agosto 2011). Più o meno, quello che il Ministro Calderoli sta facendo è quello che, nella Napoli di fine ‘800, si definiva con l’ordine facite ammuina: un gran chiasso, una moltitudine di dichiarazioni, basate su intenzioni non ben definite.

Anche prescindendo dal cambio delle carte in tavola, quello che preoccupa è il fatto che un governo che si definisce liberale possa avallare proposte che mirano alla demonizzazione della proprietà privata. Neppure servono commenti sulla necessità di trovare un capro espiatorio alla crisi. Grazie al Cielo il periodo storico è differente, ma la stupidità di una mossa in tal senso si è già vista verso l’etnia ebraica nella Germania della prima metà del XX sec. Se il rischio di leggi razziali è debellato, quanto ancora perché la stessa mentalità social-populista faccia la stessa fine? Purtroppo puntare il dito verso “i ricchi” è facile, soprattutto se si cerca l’approvazione delle masse che, di barche, cavalli e super berline non ne conosce nemmeno il prezzo. La domanda che sorge spontanea, però, è: vogliamo davvero, in un Paese che basa la propria economia sulla produzione di beni di lusso, additare chi li possiede come untori?

Contro tutte le corride

by Valerio Gori


La sabbia è rovente. Sento il sudore scendere lentamente sulla pelle ruvida. Prude. Avrei certamente dovuto radermi, ma non potevo fare tardi allo spettacolo. Il caldo è insopportabile, da sentirsi male. Non voglio neppure immaginare come facciano quei poverini laggiù, che calpestano l’arena vestiti di tutto punto. Sverrei certamente fossi in loro. Sì, non fosse altro che per il caldo che devono sopportare, sverrei.

Da lontano, fra i paraventi di legno, vedo muoversi una figura sgraziata e rozzamente disegnata. Dev’essere lui. Non me la sarei certo aspettato così la tanto attesa promessa dell’arena. Forse non vedo abbastanza bene da qui: in fondo, è appena un’ombra nascosta fra una serie continua di paratie. Sorrido, come se mi sentissi di aver vinto una gara con gli altri spettatori nell’aver identificato il fulcro dello spettacolo prima che le scene si aprissero. In fondo, nella noia dell’attesa, di questi giochi senza senso se ne fanno a non finire.

L’anfiteatro è gremito di spettatori chiassosi. Inneggiano, si spazientiscono, chiamano gli attori di questa commedia sul palcoscenico, sfidano il loro tifo, il loro credo e scommettono. Su tutto.
Mi chiedo se abbia pagato il biglietto per assistere a quello che succederà liggiù, nell’arena, o per lo spettacolo che si svolge qui, vicino a me. Sono tanto presi dal gioco che non si rendono conto di sapere già come andrà a finire. Sono come bambini: impressionabili, appassionabili.

Finalmente la cancellata si apre e mostra allo scherno ed al disprezzo generale sua maestà il toro. Un toro come non se ne vedono dai tempi di Hemingway. Possente, fiero. Nero come la notte più nera del deserto, quasi il suo colore, contrapposto all’oro dei paramenti del giovane torero, dovesse portarci spontaneamente a tifare la sua morte.

Visibilmente infastidito dalle grida degli spalti, carica qua e là, senza la chiara idea di dove sia il nemico. Qualche spettatore, più carico d’esaltazione di altri, scavalca le barriere e buffoneggia la sublime arte del toreare. Neanche a dirlo, il bovino protegge quell’ellisse disegnata dalla sabbia che considera il proprio legittimo territorio.

La vista del primo sangue anima la folla quasi se ne nutrisse per alimentare ciò che di peggiore ha nell’anima. Gli schiamazzi di scherno si trasformano in urla di odio. Il rumore prima indistinto inizia a prendere ritmo, cadenzato con il battito di mani e piedi, finché l’intero teatro sembra tremare delle voci congiunte che chiamano l’intervento dei cavalieri.

“Bandilleros, salvateli!”

Non sarebbe dovuta andare così. I salvatori tanto invocati non sono convinti sul da farsi. Qualcuno è ancora spoglio dei paramenti necessari per entrare nel sacro tempio della corrida. Qualcun altro preferisce aspettare, qualcuno vuole discuterne. C’è persino chi è si fa prendere dai rimorsi di coscienza: che se la vedano toro e torero! Infine, uno fra tutti, forse in cerca di un briciolo di popolarità, forse spinto dalle urla, forse perché – per qualche oscuro motivo – ha un conto in sospeso con l’intera specie bovina, esce al galoppo, con la lancia in mano, alta sopra la spalla, e sferra il primo colpo.

La lama dei cavalieri, in questo gioco, non è fatta per uccidere la bestia. Al contrario. E’ importante che sia adatta a ferire ed infiaccare i muscoli del collo, così da costringere il bovino a caricare a corna basse (contrariamente alla sua natura), offrendo il corpo allo spadino del toreador. E così il primo colpo brucia dentro le carni del toro. La ferita sanguina emanando un’odore di battaglia che stimola l’adrenalina in tutti: toro, bandilleros, spettatori e persino nella giovane promessa delle corride (che ancora non entra nell’arena).

Combattere contro un cavaliere armato di lancia non avrebbe senso. Lo sanno tutti, chi razionalmente, chi per istinto. Le corna volteggiano in aria nella speranza di allontanarlo, come la coda con le mosche: non spera neppure di ferirlo. D’altro canto, il dolore non infiacchisce l’animale, ma è sufficiente a portare l’attenzione del toro lontano dalla gente che si dava in rotta verso le barriere.

Tiro un sospiro di sollievo. Se prima sudavo, questa scena mi ha reso madido. Cerco di tamponare quello che posso con un fazzoletto, mi sventaglio con il cappello, ma non c’è nulla da fare. Il caldo e l’adrenalina hanno vinto.

La folla chiama il toreador. Ormai i bandilleros sono entrati e stanno infilando le lance ripetutamente dentro il collo della bestia inferocita. Quanto dovremo ancora aspettare? Senza rendermene conto, mi sono unito alle grida, al chiasso, al clamore dei miei vicini, quasi fossi uno di loro. Quasi come se potessi sapere che è meglio un torero vivo di un toro morto.

Da una tenda sul lato lontano, ecco che avanza la figura tanto attesa. Non è certamente come ci si aspetterebbe un raffinato spadaccino. Per un attimo è silenzio. Il giovinetto trema, ma non di paura. Trema di eccitazione, infervorato dalla folla, dal senso di potere che prova nel trovarsi a duellare con un ammasso di muscoli e corna in grado di spazzarlo via con un solo movimento del capo. Trema di gloria, che già si figura sul suo capo sotto forma di corona. Per un attimo vede quella macchina nera e sembra calcolare di quante volte lo doppi in peso e forza. Una smorfia di timore gli si para in faccia. Un cavaliere sembra notarla: “Tranquillo, nene, ci siamo qui noi. Non ti lasciamo da solo. Avrai la tua gloria”. E così è.

La folla riprende i suoi cori, i suoi schiamazzi, incita, schernisce, burla, minaccia, protetta da file e file di pareti di legno e, come sempre, dai bandilleros, nel caso servisse.

Lo spettacolo ha finalmente inizio. Il toreador è davvero giovane. Fosse lasciato solo con quel toro per appena cinque minuti, non rimarrebbe di lui niente più del simpatico cappello. Il duello è equilibrato. O, meglio, è tenuto così. E’ infatti compito principale dei cavalieri fare sì che il toro, fisicamente più prestante, sia sempre nella condizione di trovarsi appena al di sotto delle capacità del torero, così da non poterlo uccidere, ma da non essere neppure ucciso troppo velocemente. Per questo, ogni round, un paio di bandilleros si staccano dal gruppo ed infilzano il bovino. E quando questi finalmente riesce a ferire il giovinetto, ecco che le lame lo penetrano più profondamente.

Non so quante volte ho visto le lance martoriare le carni dell’animale. Il sangue ormai copriva quasi interamente il mantello. La folla schiamazzava, sembrava composta da vampiri in grado di godere di quel fluido come nessun essere umano potrebbe mai. Non se ne saziava mai.

Ancora lance, ancora sangue. Cedono le zampe per la prima volta. Non riesco a guardare. Che lo si uccida e la si faccia finita. Ma la folla chiede lo spettacolo, chiede battaglia, chiede urla e muggiti.

Il torero è visibilmente incapace di tenere la situazione in mano, ma gode del favore degli spalti e della simpatia dei colleghi a cavallo. Fa girare il toro un paio di volte intorno al drappo. Gioca a prendere il suo territorio per poi doversi ritirare e ricominciare questa macabra danza. Ogni volta che le corna si alzano verso il cielo invece che rimanere basse, una lancia ricorda a tutti come debba finire l’incontro. Nonostante tutto, dura interminabili minuti.

La sabbia è rossa, mischiata del sangue di tutti gli attori di questa tragedia, spettatori, torero, toro. Sento come se ci stesse anche il mio mischiato fra quelli.
Nel frattempo, la giostra continua a girare.

Anche nella tortura della croce, i romani spezzavano le ginocchia ai condannati per aiutarli a morire velocemente.

Ma il toro non è umano. Non è simile a noi. No, noi ci rivediamo nel goffo quanto spavaldo torero. Il toro non merita pietà. Deve ballare per il nostro divertimento, deve ballare perché più ballerà, maggiore sarà il merito del giovanotto. Ed allora balla, balla, balla, fino a morire con le ginocchia ancora integre, senza un colpo di spada nel cuore, ma con un’infinità di tagli fatti malamente da una mano troppo tremante per essere precisa. Cade capitolando, con ancora la capacità di sentire il suo morire secondo dopo secondo. Cade senza onore, cade con tortura.
Non è una corrida, questa è una mattanza. Mi alzo e me ne vado. Non voglio assistere all finale di questo scempio scellerato.

Mentre passeggio per la via deserta, allontanandomi dall’anfiteatro, sento un boato alle mie spalle

“Il rais è morto”.