Contro tutte le corride

di Valerio Gori


La sabbia è rovente. Sento il sudore scendere lentamente sulla pelle ruvida. Prude. Avrei certamente dovuto radermi, ma non potevo fare tardi allo spettacolo. Il caldo è insopportabile, da sentirsi male. Non voglio neppure immaginare come facciano quei poverini laggiù, che calpestano l’arena vestiti di tutto punto. Sverrei certamente fossi in loro. Sì, non fosse altro che per il caldo che devono sopportare, sverrei.

Da lontano, fra i paraventi di legno, vedo muoversi una figura sgraziata e rozzamente disegnata. Dev’essere lui. Non me la sarei certo aspettato così la tanto attesa promessa dell’arena. Forse non vedo abbastanza bene da qui: in fondo, è appena un’ombra nascosta fra una serie continua di paratie. Sorrido, come se mi sentissi di aver vinto una gara con gli altri spettatori nell’aver identificato il fulcro dello spettacolo prima che le scene si aprissero. In fondo, nella noia dell’attesa, di questi giochi senza senso se ne fanno a non finire.

L’anfiteatro è gremito di spettatori chiassosi. Inneggiano, si spazientiscono, chiamano gli attori di questa commedia sul palcoscenico, sfidano il loro tifo, il loro credo e scommettono. Su tutto.
Mi chiedo se abbia pagato il biglietto per assistere a quello che succederà liggiù, nell’arena, o per lo spettacolo che si svolge qui, vicino a me. Sono tanto presi dal gioco che non si rendono conto di sapere già come andrà a finire. Sono come bambini: impressionabili, appassionabili.

Finalmente la cancellata si apre e mostra allo scherno ed al disprezzo generale sua maestà il toro. Un toro come non se ne vedono dai tempi di Hemingway. Possente, fiero. Nero come la notte più nera del deserto, quasi il suo colore, contrapposto all’oro dei paramenti del giovane torero, dovesse portarci spontaneamente a tifare la sua morte.

Visibilmente infastidito dalle grida degli spalti, carica qua e là, senza la chiara idea di dove sia il nemico. Qualche spettatore, più carico d’esaltazione di altri, scavalca le barriere e buffoneggia la sublime arte del toreare. Neanche a dirlo, il bovino protegge quell’ellisse disegnata dalla sabbia che considera il proprio legittimo territorio.

La vista del primo sangue anima la folla quasi se ne nutrisse per alimentare ciò che di peggiore ha nell’anima. Gli schiamazzi di scherno si trasformano in urla di odio. Il rumore prima indistinto inizia a prendere ritmo, cadenzato con il battito di mani e piedi, finché l’intero teatro sembra tremare delle voci congiunte che chiamano l’intervento dei cavalieri.

“Bandilleros, salvateli!”

Non sarebbe dovuta andare così. I salvatori tanto invocati non sono convinti sul da farsi. Qualcuno è ancora spoglio dei paramenti necessari per entrare nel sacro tempio della corrida. Qualcun altro preferisce aspettare, qualcuno vuole discuterne. C’è persino chi è si fa prendere dai rimorsi di coscienza: che se la vedano toro e torero! Infine, uno fra tutti, forse in cerca di un briciolo di popolarità, forse spinto dalle urla, forse perché – per qualche oscuro motivo – ha un conto in sospeso con l’intera specie bovina, esce al galoppo, con la lancia in mano, alta sopra la spalla, e sferra il primo colpo.

La lama dei cavalieri, in questo gioco, non è fatta per uccidere la bestia. Al contrario. E’ importante che sia adatta a ferire ed infiaccare i muscoli del collo, così da costringere il bovino a caricare a corna basse (contrariamente alla sua natura), offrendo il corpo allo spadino del toreador. E così il primo colpo brucia dentro le carni del toro. La ferita sanguina emanando un’odore di battaglia che stimola l’adrenalina in tutti: toro, bandilleros, spettatori e persino nella giovane promessa delle corride (che ancora non entra nell’arena).

Combattere contro un cavaliere armato di lancia non avrebbe senso. Lo sanno tutti, chi razionalmente, chi per istinto. Le corna volteggiano in aria nella speranza di allontanarlo, come la coda con le mosche: non spera neppure di ferirlo. D’altro canto, il dolore non infiacchisce l’animale, ma è sufficiente a portare l’attenzione del toro lontano dalla gente che si dava in rotta verso le barriere.

Tiro un sospiro di sollievo. Se prima sudavo, questa scena mi ha reso madido. Cerco di tamponare quello che posso con un fazzoletto, mi sventaglio con il cappello, ma non c’è nulla da fare. Il caldo e l’adrenalina hanno vinto.

La folla chiama il toreador. Ormai i bandilleros sono entrati e stanno infilando le lance ripetutamente dentro il collo della bestia inferocita. Quanto dovremo ancora aspettare? Senza rendermene conto, mi sono unito alle grida, al chiasso, al clamore dei miei vicini, quasi fossi uno di loro. Quasi come se potessi sapere che è meglio un torero vivo di un toro morto.

Da una tenda sul lato lontano, ecco che avanza la figura tanto attesa. Non è certamente come ci si aspetterebbe un raffinato spadaccino. Per un attimo è silenzio. Il giovinetto trema, ma non di paura. Trema di eccitazione, infervorato dalla folla, dal senso di potere che prova nel trovarsi a duellare con un ammasso di muscoli e corna in grado di spazzarlo via con un solo movimento del capo. Trema di gloria, che già si figura sul suo capo sotto forma di corona. Per un attimo vede quella macchina nera e sembra calcolare di quante volte lo doppi in peso e forza. Una smorfia di timore gli si para in faccia. Un cavaliere sembra notarla: “Tranquillo, nene, ci siamo qui noi. Non ti lasciamo da solo. Avrai la tua gloria”. E così è.

La folla riprende i suoi cori, i suoi schiamazzi, incita, schernisce, burla, minaccia, protetta da file e file di pareti di legno e, come sempre, dai bandilleros, nel caso servisse.

Lo spettacolo ha finalmente inizio. Il toreador è davvero giovane. Fosse lasciato solo con quel toro per appena cinque minuti, non rimarrebbe di lui niente più del simpatico cappello. Il duello è equilibrato. O, meglio, è tenuto così. E’ infatti compito principale dei cavalieri fare sì che il toro, fisicamente più prestante, sia sempre nella condizione di trovarsi appena al di sotto delle capacità del torero, così da non poterlo uccidere, ma da non essere neppure ucciso troppo velocemente. Per questo, ogni round, un paio di bandilleros si staccano dal gruppo ed infilzano il bovino. E quando questi finalmente riesce a ferire il giovinetto, ecco che le lame lo penetrano più profondamente.

Non so quante volte ho visto le lance martoriare le carni dell’animale. Il sangue ormai copriva quasi interamente il mantello. La folla schiamazzava, sembrava composta da vampiri in grado di godere di quel fluido come nessun essere umano potrebbe mai. Non se ne saziava mai.

Ancora lance, ancora sangue. Cedono le zampe per la prima volta. Non riesco a guardare. Che lo si uccida e la si faccia finita. Ma la folla chiede lo spettacolo, chiede battaglia, chiede urla e muggiti.

Il torero è visibilmente incapace di tenere la situazione in mano, ma gode del favore degli spalti e della simpatia dei colleghi a cavallo. Fa girare il toro un paio di volte intorno al drappo. Gioca a prendere il suo territorio per poi doversi ritirare e ricominciare questa macabra danza. Ogni volta che le corna si alzano verso il cielo invece che rimanere basse, una lancia ricorda a tutti come debba finire l’incontro. Nonostante tutto, dura interminabili minuti.

La sabbia è rossa, mischiata del sangue di tutti gli attori di questa tragedia, spettatori, torero, toro. Sento come se ci stesse anche il mio mischiato fra quelli.
Nel frattempo, la giostra continua a girare.

Anche nella tortura della croce, i romani spezzavano le ginocchia ai condannati per aiutarli a morire velocemente.

Ma il toro non è umano. Non è simile a noi. No, noi ci rivediamo nel goffo quanto spavaldo torero. Il toro non merita pietà. Deve ballare per il nostro divertimento, deve ballare perché più ballerà, maggiore sarà il merito del giovanotto. Ed allora balla, balla, balla, fino a morire con le ginocchia ancora integre, senza un colpo di spada nel cuore, ma con un’infinità di tagli fatti malamente da una mano troppo tremante per essere precisa. Cade capitolando, con ancora la capacità di sentire il suo morire secondo dopo secondo. Cade senza onore, cade con tortura.
Non è una corrida, questa è una mattanza. Mi alzo e me ne vado. Non voglio assistere all finale di questo scempio scellerato.

Mentre passeggio per la via deserta, allontanandomi dall’anfiteatro, sento un boato alle mie spalle

“Il rais è morto”.

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