Incredible India

di Papagena

E va bene. Decidiamoci a scrivere un pochino senza troppa timidezza, tanto posso sempre nascondere tutto quello che voglio. Anzi. Chi vi dice che stia dicendo la verità! E poi, non sono io, è Papagena (cit.).

Bene, mi presento.

Si dà il caso che nell’estate del 2011 mi recai niente di meno che in India.

Qui scriverò tutto quello che penso, o che mi va. No, non potrò dirvi proprio tutto. Per esempio: e se mamma leggesse che ho bevuto del latte? O che non mi sono lavata le mani prima di mangiare (con le mani)? Mi dispiace, l’anonimato non basta, dovrò prendere precauzioni!! Per il resto ….
Vivo da due giorni (quasi) a Bangalore, India. Oggi è stato il mio primo giorno di lavoro. Beh, in realtà non mi aspettavano proprio oggi. Credevano dovessi iniziare tra dieci giorni, ma se l’avessi saputo avrei festeggiato la fine dell’università prima di partire. Invece eccomi qui, con l’adrenalina della tesi che si mescola a quella di un lungo viaggio, che mi tiene come un grillo nonostante il jet-lag.
Del mio lavoro non posso ancora dirvi molto. Ho dei colleghi simpatici, che ho tartassato di domande. Forse sono stata un po’ indiscreta, ma a parte qualche commento sui naxaliti, sono stati tutti felici di rispondermi. Il mio collega indiano è stato la mia vittima prediletta. Gli ho chiesto di tutto, dalla birra cobra alle lingue dravidiche, dal cibo veg alle amministrazioni pubbliche. È stato divertente. Lui per esempio è di lingua madre Kannada (lingua parlata nel Karnataka, lo stato in cui si trova Bangalore), ma non sa né leggerla né scriverla. L’hindi invece sì, ma dice di sapere meglio l’inglese. Così la mia collega, che probabilmente non legge l’hindi, è tanto dolce, domani mi porterà un bindi! Vedremo.
L’India, beh, è strana. E non si può neanche dire che Bangalore sia davvero India. È diversa da quello che ho visto nello scorso viaggio. È un garbuglio di strade, stradine, superstrade e sentieri fangosi, costeggiate da abitazioni di tutti i tipi, dalla villetta con giardino al palazzo nero e pericolante, alla casa cantiere da cui spuntano visini vivaci di bambini poveri. Non c’è un vero centro storico, come nell’India del nord, ma una serie di strade commerciali, mercati e bancarelle indiane, di quelle di mattoni che vendono cose difficili da descrivere. Non che ci abbia capito molto. In questo posto, a parte alcune strade principali, si tende a dare il landmark invece dell’indirizzo, perché i nomi delle strade non sono molto in vista (e non sono neanche sicura che proprio tutte ne abbiano uno). Per esempio io lavoro vicino alla stazione di polizia di Basavangudi, un indirizzo c’è, ma il landmark è molto più utile per comunicare.
In Bangalore, così come nel resto dell’India ci si muove in autobus, taxi, moto, ma soprattutto in rishaw, che qui si chiama auto. Per chi non ci sia mai stato, si tratta fondamentalmente di piccole ape, con tre ruote, un paio di posti a sedere coperti da un telo e tanto tantissimo coraggio. Di tutti: guidatore, passeggero, altro mezzo nel traffico e soprattutto pedone incosciente. No, seriamente. Il traffico è qui è davvero pericoloso. La tangenziale est, il raccordo la nomentana quando si blocca l’80 a confronto non sono nulla. Oggi per esempio, in una strada larghissima ho contato 10 mezzi camminare (anzi no, erano fermi, ma se avessero potuto, sarebbero partiti) parallelamente. Su una strada a più o meno 4 corsie. Io non ero tra loro, il mio rishaw era fermo, dopo un audace sorpasso sul marciapiede, bloccato da un albero.
L’India è davvero incredible. Durante il percorso da casa a lavoro e dal lavoro in giro alla ricerca di una stanza mi guardavo attorno. Il panorama confuso, il caos del traffico, la frenesia di queste strade vivissime si confonde con i grandi baniani, mucche e capre che gironzolano per strada ed un tramonto rosa acceso. Se solo fossi stata più romantica!!! Io, in quei colori, cercavo pipistrelli giganti (che ancora non sono riuscita a trovare, ma sono fiduciosa, come sempre saranno loro a trovare me)!

– Papagena

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