Ritorno ad Hemingway

di Valerio Gori

Costretto per forza di cose ad attraversare Roma ogni mattina, ho dovuto scavare nella fantasia per sopravvivere. Non sarebbe certo servito se avessi potuto percorrere il tragitto in superficie – magari cambiando spesso itinerario – così da lasciarmi distrarre dalla mia città, che trovo più bella ogni volta che l’abbandono. Au contraire, sono costretto a sopportare il tragitto in autobus nella zona meno interessante, causa chiusura Metro A da Arco di Travertino a Termini, ed invece rintanarmi sotto terra fino a Barberini, quando sopra di me si stagliano monumenti e palazzi rinascimentali. Ulteriore dimostrazione che se un contrappasso allo splendore della “città eterna” esiste, questo risiede in tutto ciò che questa contiene al di là dei suoi monumenti: in primis, i servizi offerti dalla sua amministrazione.

Dovendo trovare una soluzione al problema, ho ripreso la buona vecchia abitudine di leggere sui mezzi. Non su tutti: il mio stomaco non è ancora in grado di sopportare la guida dei conducenti ATAC (seppure sia stato forgiato dalla fretta dagli sportivissimi double-decker driver di Londra). Su quelli che me lo consentono, però, riapro un volume che avevo lasciato alla polvere per diversi anni: una raccolta di romanzi di Hemingway. Perché proprio lui? Immagino perché sia il periodo in cui è di questo che ho bisogno. Il mio organismo stesso sembra richiederlo, così come mi spinge a mangiare zucchero quando ho un calo di pressione o coprirmi quando ho freddo. Non è fisiologico, non è chimica – non che io sappia, perlomeno – ma è pur sempre un bisogno della mente che si nutre di fantasie, sue ed altrui. Ed anzi, proprio attraverso i libri non solo si evolve e cresce, ma sopravvive.
Ecco allora perché Hemingway. Perché è il suo momento, ancora una volta. Ogni autore dovrebbe essere letto in un periodo ben definito. Altrimenti, riprendendo la metafora dello zucchero, si rischia il diabete. Poi, le eccezioni esistono sempre, certo; ma rileggere Dostoevsky dopo l’adolescenza è una forzatura, un’impresa che diventa più ardua con il crescere del numero delle pagine trattenute al loro posto dalla mano sinistra (bisogna diffidare da chi rilegge “L’idiota” dopo i 20’anni e dice di trovarlo persino più piacevole di quanto ricordasse a 16 o 17. Mente e lo fa per puro vezzo). O forse sono solamente io ad aver tentato ed abbandonato le speranze dopo aver speso sulle prime 50 pagine dei Fratelli Karamazov più tempo di quanto non abbia, a suo tempo, impiegato per l’intera lettura di Guerra e Pace.
Questo, dicevo, è il periodo di Hemingway: il periodo di viaggi fantastici, di quando il mondo era ancora composto da un’infinità di differenti luoghi e culture. Il periodo in cui a New York si suonava il primo jazz, in cui in Europa ancora non si pensava ad una guerra e dovunque si godeva il benessere degli anni ruggenti; il periodo in cui Parigi era il centro della mondanità e Londra del più grande Impero della storia, mentre il resto del mondo sembrava così dolcemente naïf. La Cina crollava dentro la sua rivoluzione, insospettabile della sua rinascita come Leviatano del nuovo mondo e l’Africa non era ancora un parcogiochi per gli abitanti degli attici delle Manhattan di tutto l’Occidente. Il periodo in cui ogni viaggio era un’avventura (e non parlo dell’ATAC) ed ogni artista un innovatore.

Sono seduto nel mio vagone della metro. Nella tracolla un computer, un libro ed un Moleskine. Forse a Dicembre andrò in India. Forse in California. Forse a Londra. Forse, ma forse, rimarrò a Roma, perché, alla fine, volare all’altro capo della Terra è quasi troppo facile perché possa emozionare. Forse… ma lasciatemi scoprire se a Parigi servono il Pernod sulla terrazza del Neapolitain, mentre Bechet fa sciogliere l’artrosi al mondo attraverso il vibrato del suo clarinetto, se a Pamplona i toreri offrono ancora il proprio corpo alle corna del toro per concedergli il privilegio dell’uguaglianza, su quell’arena dove, prima o poi, moriranno tutti: bestie e giullari. Lasciatemi viaggiare…

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