In ufficio a Bangalore

di Papagena

Giorno III a Bangalore. Sono in ufficio, un paio di stanze in un palazzo carino nel verde. Davanti a me un cantiere immobile, alla mia sinistra, un’aquila grida da un tetto. Mi sembrava familiare il suo richiamo, ma un’aquila? Un’aquila così, sul tetto di un palazzo in una città sovraffollata? La mia prima aquila!! Mi emoziono.
Il mio capo sembra molto orgoglioso dei successi del suo ufficio, io, sinceramente, non capisco ancora in cosa consista il mio lavoro. Mi avevano detto ricerche di mercato, ma a quanto pare non tocca a noi di Bangalore, ma alla sede centrale, che si trova a Mumbai. Qui si organizzano solo incontri b2b, convegni e visite alle istituzioni e alle università della città. Cose noiose, vero, ma chiamare le amministrazioni indiane può essere davvero eccitante. Anche perché nella maggior parte dei casi non so se sto chiamando uomini o donne, non ho idea di cosa significhi il loro grado o ruolo, non so neanche in che lingua mi risponderanno. In ogni caso, nelle prossimi due giorni devo imparare; entro venerdì ci sono da chiamare un centinaio di aziende, e venerdì sarò anche sola in ufficio. Si perché questo posto sgarrupato è la famosa silicon valley dell’India. Una città con infrastrutture nettamente superiori alla media (!), università di eccellenza e piccoli geni dell’informatica. Tutte le principali aziende IT hanno una sede qui, e danno lavoro a più di 500 000 persone. A fine mese, una delegazione italiana sarà accompagnata (da me!!) a visitare le loro sedi, auspicando che da questo incontro siano stabilite collaborazioni tra i paesi. Ora, so che voi che lavorate nell’It e nelle biotecnologie e che avete famiglia e figli mi odierete per questo, ma pare che l’India sia un mercato importante, quindi non datemene la colpa.
Il mio ufficio si trova vicino ad un mercato rionale. Ho 150 rupie a disposizione per pasto (che di solito ne costa 25) e ho deciso di dedicare la mia pausa pranzo alla scoperta della cucina del sud. Per ora ho assaggiato il tali e i famosi masala dosa. Il primo consiste in un piatto di riso e puri, con dahl, curry e brodi vari. C’è anche una ciotolina di riso allo yogurt, ma a me non piace molto. Si mangia con le mani, anzi con la mano destra, perché la sinistra qui serve solo a farsi il bidet. Io non sono ancora molto pratica, ma conto nei prossimi tre mesi di diventarlo – immaginate che effetto può fare a chi mi osserva vedermi mangiare sull’asciugamano del bidet.
Puri o poori è una frittellina di burro e farina. Buona! Soprattutto con il curry. Dahl sono fondamentalmente lenticchie. Il dosa, invece, è una crepe di lenticchie fermentate, ovviamente fritta. È davvero buona, ma pesantissima. Masala dosa non è altro che la stessa frittellina ripiena di patate e spezie. Deliziosa, ma troppo troppo pesante. Mi mancano da assaggiare il Ragi (un cereale scuro, con cui si fanno palline di tipo-pongo), idli e vada – e poi chissà quant’altro!! Oggi a pranzo cucina veg con i colleghi indiani – vi terrò aggiornati! – Papagena

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