Il cacciatore di draghi

"Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere." (citazione da citazione di un amico)

Mese: ottobre, 2011

Quando l’Europa è politica

by Valerio Gori

L’Unione Europea è un’unione economica e non politica. Questo, per quanto secondo molti sia sintomo di debolezza, è un principio più volte ribadito e difeso dai singoli governi. Non serve ricordare il fallimento della proposta di una Costituzione comune, né le più recenti decisioni/minacce da parte di alcuni paesi di abbandonare o sospendere il Trattato di Schengen. Lo stesso intervento militare in Libia ha mostrato quanto sia ancora lontana la possibilità di avere Bruxelles come centro politico degli stati membri. Non si deve tuttavia tralasciare il ruolo preponderante dell’economia nella politica. Durante una crisi, meno che mai. E l’economia, quella sì, ha il suo centro a Bruxelles.

In Italia, il governo Berlusconi aveva deciso una manovra economica tutt’altro che originale nella storia del Belpaese: scaricare l’onere dei tagli in bilancio sui futuri governi. Alcuni considerarono questa proposta come il testamento politico del premier, il quale avrebbe avuto poco da guadagnarci dall’essere primo ministro di un governo che, insediandosi nel 2013, sarebbe stato costretto a scontentare gli elettori già dal principio. Altri considerarono che avrebbe comunque avuto altri quattro anni, nel caso, per ripristinare la popolarità perduta a suon di tagli e tasse. Poco importa, dal momento che l’Europa è intervenuta. Economicamente, certo, permettendo all’Italia di godere di un costo del finanziamento del debito pubblico inferiore a quanto non avrebbe concesso il libero mercato. Politicamente, però, dal momento che Trichet chiese in cambio “a comprehensive, far-reaching, and credible reform strategy” che fissasse la data di pareggio di bilancio un anno in anticipo rispetto a quanto stabilito dall’attuale governo: in soldoni si tratta di mordere il freno prima e non dopo la fine di questa legislazione. Che si trattasse di una necessità di carattere economico è indubbio quanto l’influenza che la decisione avrà sulla politica italiana dei prossimi anni.

Il presidente Berlusconi ha superato brillantemente ogni accusa mossa alla sua persona. Poco importa che si trattasse di prostituzione minorile, corruzione o persino mafia. I suoi elettori continuavano a sostenerlo alle urne. Dimostrazione ne è il fatto che egli sia ancora lì, a capo del governo.
Quello che si prospetta come l’ostacolo più difficile da sormontare, però, è il mantenimento di questa affezione da parte degli italiani mentre questi impoveriscono, mentre i loro risparmi si erodono o scompaiono ed, allo stesso tempo, le tasse aumentano.
Non ha importanza se la causa di questa situazione difficile sia da ricercarsi nella prima Repubblica, nella crisi globale o se sia almeno in parte conseguenza di un governo stagnante ed incapace di riformare il paese. Gli italiani sopportano molto e si accontentano di poco, ma quel poco lo pretendono. Senza più soldi e senza più benessere la popolazione potrebbe rispondere alle lusinghe di Berlusconi come un somaro troppo carico all’offerta di una carota vecchia. Se il primo ministro sia in grado di convincere gli italiani a marciare per lui nonostante l’ingente peso questi si trovino a sostenere sulle proprie spalle è la domanda sulla quale si giocheranno le future elezioni.

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Cronaca di una conferenza sulla sicurezza

by Valerio Gori

Cosa fare per limitare la noia dovuta ad una conferenza sulla sicurezza proiettata su un francobollo a dieci metri di distanza e commentata da un povero tizio di Washington tanto privo di vitalità che l’effetto del valium su qualsivoglia soggetto normale sarebbe del tutto comparabile a quello che avrebbe su di lui un’anfetamina? Avendo a disposizione carta e penna penso al gioco dell’impiccato… ma più la conferenza si affossa nella sua monotonia, più mi rendo conto di  desiderare di essere l’omino con il cappio al collo proprio nella fortunata coincidenza nella quale un dislessico si trovi a dover indovinare ARCHIOPTERIX in tre tentativi.

L’impossibile è successo! Non ardivo neppure sperarci, eppure pare che sia proprio così. Sembrerebbe che l’americano in questione (quello talmente noioso che, se si trovasse a fare un’arringa in difesa di una Meredith qualsiasi, dopo cinque minuti giudici, PM e giuria gli darebbero il processo vinto a tavolino, per intenderci) sia collassato, forse vittima dell’effetto soporifero delle sue stesse parole. No. Come non detto… è stato svegliato!

La conferenza procede dunque con la lista delle situazioni di serio pericolo per l’Ambasciata, elencate dal capo della sicurezza quasi a giustificare lo stipendio percepito ogni quindici giorni:

1993. Un bambino cicciottello ruba la merenda ad un bimbo più piccino a 150 metri dall’entrata su via Sallustiana. Tutti i dipendenti dell’ambasciata nel bunker antiatomico.

2004. A mensa, durante la pausa pranzo, un impiegato soffia via lo zucchero a velo da un bignè di S. Giuseppe. Docce anti-contaminazione da antrace si rendono necessarie per tutti i dipendenti (stagisti esclusi, naturalmente).

2009. Un tipo chiama una tipa per dire che un altro tipo/a ha sentito di una bomba fatta a regola d’arte dalle parti di Ottaviano. L’ingresso in guerra contro questo sconosciuto dittatore terrorista era imminente, quando si scoprì che si trattava di ciambella ripiena di crema pasticciera preparata in un forno nei pressi di viale Giulio Cesare. La CIA ha ritenuto mantenere queste informazioni CLASSIFIED.

Inizio a temere che la posizione del suddetto capo della sicurezza possa essere posta in discussione nel prossimo taglio in bilancio richiesto dall’amministrazione Obama. Eppure sembrava aver mantenuto Roma in perfetta sicurezza durante il suo mandato…

Noto che l’aquila che funge da punta dell’asta della bandiera statunitense è sensibilmente più in alto rispetto alla punta dell’asta del tricolore italiano. Si tratta sicuramente di una disattenzione in buonafede, eppure inizio a covare il dubbio che si tratti di uno di quei casi involontari dei quali l’involontario opposto non sarebbe mai capitato…

Con le dita incrociate

by Valerio Gori

Il Nordafrica è ancora un grande punto interrogativo. Le rivoluzioni in Libia ed Egitto sono terminate; non ancora cominciate, invece, in Siria, Yemen, Barhein, Arabia Saudita e forse non cominceranno mai (per colpa – se non altro – di quel leziosismo che definisce rivoluzione un movimento di successo e rivolta uno fallito). Il bilancio democrazia/tirannide sembra attestarsi su un risultato positivo – per la gioia di tutti i tifosi fissi davanti alla tv con la birra in mano e i popcorn ormai rancidi. Eppure, anche quello instabilità/stabilità vede la prima parte in vantaggio sulla seconda; ma mentre per il caso precedente la situazione potrebbe essere passeggera, per quest’ultimo sembra destinata a perdurare.

Non è insolito che differenti movimenti, culture, ideali si uniscano per il raggiungimento di uno scopo comune e, una vota ottenuta la vittoria, si contendano il bottino. Successe in India nel 1947, quando la libertà appena guadagnata dagli inglesi si tramutò in guerra fra hindu e mussulmani. Al momento non sembra doverci essere nulla di simile in Egitto, tuttavia rimane aperto lo scontro culturale (e religioso) fra coloro che vorranno sedere – speriamo meno a lungo – sul trono di Mubarak. L’attuale panorama politico non assomiglia certo ad un morbido cuscino sul quale dormire sonni tranquilli. I Fratelli Mussulmani potrebbero avere un ruolo di spicco nel nuovo Egitto, come forse anche i salafiti. Entrambi non democratici, entrambi tutt’altro che liberali. Nulla di cui stupirsi, in una nazione in cui il fondamentalismo religioso era stato sedato da Mubarak, ma non sradicato. Il ruolo delle donne – che pure hanno partecipato alla rivoluzione – è già posto in discussione. La quota “rosa” in parlamento abolita: che sia perché ritenuta non democratica? Il dubbio che non sia questo il motivo appare più che legittimo.

Quella che veniva definita la “primavera araba” rischia di marcire senza prima dare frutti. Si tratterebbe di passare da un Mubarak ad un Saleh. Una situazione difficilmente sostenibile, soprattutto per chi, un giorno, dovrà spiegare per quale ragione avrà combattuto, ucciso e vinto. Male che vada, si dirà che si stava meglio quando si stava peggio…