Con le dita incrociate

di Valerio Gori

Il Nordafrica è ancora un grande punto interrogativo. Le rivoluzioni in Libia ed Egitto sono terminate; non ancora cominciate, invece, in Siria, Yemen, Barhein, Arabia Saudita e forse non cominceranno mai (per colpa – se non altro – di quel leziosismo che definisce rivoluzione un movimento di successo e rivolta uno fallito). Il bilancio democrazia/tirannide sembra attestarsi su un risultato positivo – per la gioia di tutti i tifosi fissi davanti alla tv con la birra in mano e i popcorn ormai rancidi. Eppure, anche quello instabilità/stabilità vede la prima parte in vantaggio sulla seconda; ma mentre per il caso precedente la situazione potrebbe essere passeggera, per quest’ultimo sembra destinata a perdurare.

Non è insolito che differenti movimenti, culture, ideali si uniscano per il raggiungimento di uno scopo comune e, una vota ottenuta la vittoria, si contendano il bottino. Successe in India nel 1947, quando la libertà appena guadagnata dagli inglesi si tramutò in guerra fra hindu e mussulmani. Al momento non sembra doverci essere nulla di simile in Egitto, tuttavia rimane aperto lo scontro culturale (e religioso) fra coloro che vorranno sedere – speriamo meno a lungo – sul trono di Mubarak. L’attuale panorama politico non assomiglia certo ad un morbido cuscino sul quale dormire sonni tranquilli. I Fratelli Mussulmani potrebbero avere un ruolo di spicco nel nuovo Egitto, come forse anche i salafiti. Entrambi non democratici, entrambi tutt’altro che liberali. Nulla di cui stupirsi, in una nazione in cui il fondamentalismo religioso era stato sedato da Mubarak, ma non sradicato. Il ruolo delle donne – che pure hanno partecipato alla rivoluzione – è già posto in discussione. La quota “rosa” in parlamento abolita: che sia perché ritenuta non democratica? Il dubbio che non sia questo il motivo appare più che legittimo.

Quella che veniva definita la “primavera araba” rischia di marcire senza prima dare frutti. Si tratterebbe di passare da un Mubarak ad un Saleh. Una situazione difficilmente sostenibile, soprattutto per chi, un giorno, dovrà spiegare per quale ragione avrà combattuto, ucciso e vinto. Male che vada, si dirà che si stava meglio quando si stava peggio…

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