Il cacciatore di draghi

"Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere." (citazione da citazione di un amico)

Mese: dicembre, 2011

Quando le relazioni internazionali diventano bambinesche

by Valerio Gori

Più va avanti il botta-e-risposta franco-turco, meno mi piace. L’incipit stesso della vicenda mi lascia perplesso: se si prescinde per un momento dall’oggetto che la legge va a tutelare – ovvero il riconoscimento del genocidio a danno degli armeni del 1915 – si tratta di una democrazia liberale che sanziona (con mano piuttosto pesante, peraltro) la libera ed eventuale espressione dei cittadini. Il governo di Sarkozy ha deciso di punire l’esternazione di un’opinione che, per insensata che sia, non intacca né libertà gerarchicamente uguali o superiori, né la sicurezza di altri cittadini. Perciò si tratta di un provvedimento  illiberale. C’è di più: il Parlamento francese si è macchiato di demagogia o, comunque, si è mostrato incapace. La prima, perché manca la reale intenzione di frenare un fenomeno – peraltro dubito sia esteso – ma vi è piuttosto interesse a mettere il vestito buono in vista delle elezioni. La seconda, perché, nel caso vi fosse davvero interesse a che nessun francese avesse dubbi riguardo il genocidio del ’15, non sarebbe certo questa legge a risolvere il problema. Se si desidera evitare che la popolazione si esprima in malafede o disinformata sui fatti, bisogna agire alla fonte del problema, ovvero la mancanza di insegnamento sul corretto modo di ragionare (logico e non dogmatico, in buonafede e non in malafede) e l’ignoranza dei fatti. Altrimenti servirà una legge per ogni genocidio, olocausto, complottismo, disputa territoriale, eccetera, eccetera. Il Ministero della Pubblica Istruzione è lì per questo.

Pochissimo mi è piaciuta la risposta del primo ministro turco Erdogan, che non solo ha richiamato l’ambasciatore per consultazioni, ma ha persino cancellato ogni incontro diplomatico. Negando le stragi del 1915, il governo turco ha agito esattamente come quello fondamentalsta iraniano in riferimento all’olocausto. Ha abbandonato la ragione e la logica e si è barricato dietro la malafede ed il revisionismo storico. Oltretutto  nessuno potrebbe incolpare la Repubblica turca di quanto fatto dall’Impero Ottomano quasi un secolo fa, persino se Ataturk stesso avesse preso parte ai massacri in prima persona! Le colpe dei padri non ricadono sui figli (tranne che in Germania, dove si sentono ancora in dovere di scusarsi per il Nazismo; a questo punto i turchi dovrebbero imparare dall’Italia, dove nessuno è mai stato fascista e comunque non c’entrava niente con nessuno).

Ho trovato però ancor più triste il momento in cui il governo di Ankara ha tentato di zittire quello di Parigi tirando in ballo la guerra Franco-Algerina. Il principio, al quale mi sono sempre opposto, è il classico non giudicare se non vuoi essere giudicato. Mettendolo in pratica, quello che ne verrebbe fuori sarebbe che, per determinare la capacità della Francia di accusare la Turchia di genocidio, si dovrebbero sommare algebricamente i morti armeni e quelli algerini e vedere se il risultato viene positivo, negativo e di quanto. Per motivi diversi, contestavo questo modo di ragionare in questo post.

Se i due governi si fossero sforzati un po’ di più ad essere coerenti con i principi ideologici che dovrebbero e dicono di voler seguire piuttosto che fare capricci internazionali, forse avremmo evitato una giornata politica tanto deprimente.

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Lascio Facebook

by Valerio Gori

Mi sono recentemente scoperto “dipendente da social network”. A leggere la frase cosi’, non sembra poi una grande novita’: si sente dire continuamente che un po’ tutte le generazioni giovani lo siano (ed anche quelle un po’ meno giovani, in parte). Eppure non ho mai appurato prima d’ora fino a che punto facessi parte dei questa categoria di alcolisti della rete. In realta’, ancora non lo saprei dire definitivamente. Uso il computer ed Internet regolarmente, quotidianamente, costantemente. Ma non e’ l’utilizzo della macchina a determinare la profondita’ del problema, quanto il suo fine!

Il mio profilo di Facebook e’ collegato a quello di 713 amici. Inutile dire che avrei grosse difficolta’ a riconoscere almeno la meta’ di questi, qualora li incontrassi in carne ed ossa. E molti altri, nello stesso caso di fortuito incontro, non potrei proprio fare a meno di ignorarli, poiché dubito di averli mai visti. Se questo è normale e, nei casi migliori, dettato dall’interesse per i pensieri esposti da una persona, piuttosto che dalla necessità di stringerne fisicamente la mano, per la maggior parte dei contatti si tratta di semplice noncuranza e disinteresse. Con la fatidica frase “ma sì, forse lo conosco. Nel dubbio lo aggiungo/accetto l’amicizia” mi sono ritrovato il wall intasato di banalità, bimbominkiate ed idiozie. A poco è servito cancellare dalle notifiche quanti desiderassero condividere pensieri, riflessioni o situazioni riguardo i quali mi trovassi in costante imbarazzo in quanto appartenente alla medesima specie umana (avvalorando l’idea che il razzismo per colore e/o cultura dovrebbe essere soppiantato nella coscienza collettiva da quello – socialmente valido – nei confronti degli imbecilli). Per quanti ne cancellassi, ne rimanevano sempre troppi. E, soprattutto, senza curare il male alla fonte (l’inserimento costante ed indiscriminato di amici), arginare il problema diventa faticoso quanto infruttuoso. Necessario, d’altra parte, se si desidera evitare di affogare. Tuttavia non ha senso aggiungere contatti per poi relegarli alla cerchia degli ammutoliti: tanto vale non aggiungerli affatto. Eppure se dovessi misurare il senso di un amico dal numero di interazioni, non avrei probabilmente piu’ di qualche decina di collegamenti al mio profilo in tutto. Fosse che non si considerano il numero di interazioni in se’, quanto il potenziale intrattenitivo di Facebook in toto (dal pettegolezzo all’informazione generale)? Ma, sinceramente, a me, di quello che fa Dima Tyan (primo nome apparso sul wall) cosa mi interessa? Riconosco le potenzialità di Facebook, ma temo di essere caduto nella questione madre di tutte le questioni riguardanti i social network, brillantemente stigamtizzata qui dal comico Guzzanti. Eppure ci sono anche persone la cui vita trovo piuttosto interessante. Non saprei però dire che effetto faccia il sapere informazioni parziali sulla loro quotidianità. Intriga a sapere di più o lascia incredibili silenzi perché ormai il grosso è svelato? E poi, voglio davvero sapere tante informazioni generali gratuitamente?

Di diverso avviso sarei nel caso limitassi l’uso di Facebook alla comunicazione pura e semplice fra me e gli amici che sento più o meno regolarmente. In questo caso sarebbe utile per l’organizzazione di uscite, partite, eccetera, eccetera… Eppure la maggior parte delle uscite non la organizzo via Facebook. E neppure le partite. Sono ancora parte di quella limitata cerchia di ultraventenni (ed underventicinquenni) che usa il cellulare, le e-mail, Skype… persino il telefono fisso a volte! Perciò lascio in calce i miei contatti per chi avesse questo impellente bisogno di mantenere un legame ed non avesse altro modo per comunicare a parte facebook (mi chiedo chi possa mai far parte della categoria… mah!).

e-mail e Google+ (lo so che è tipo Facebook, ma una cosa per volta): valgo87@gmail.com
Skype: nahdir87

To Hitch

by Valerio Gori

Non bevo whisky. Nemmeno whiskey. E neppure bourbon, se è per questo. Non bevo nessun distillato che faccia parte della famiglia, per farla semplice. Non mi piacciono, ecco tutto. Tantomeno brindo ai cari estinti. Figuriamoci se non sono neppure cari. C’è chi lo fa. Non io. Non capisco questo alzare i calici in memoria di chi è defunto. Alla salute – mi sembra ovvio – non ha senso far riferimento, avendo questa, per definizione, abbandonato l’oggetto in questione. A cosa allora? Si tratta forse del bisogno di condividere il proprio intimo e personale ricordo del morto con qualcuno che, presumibilmente, non ha nulla a che farci? Non credo di capirlo. In ogni caso, non è il mio modo di fare. Io non brindo ai (cari) estinti. Io brindo alle cose belle. Su quelle brutte preferisco bere da solo.

Stasera ho sorseggiato un bicchiere di Johnnie Walker Black Label in ricordo di Christopher Hitchens. Non ho mai letto alcuno dei suoi libri. La mia conoscenza diretta sul suo lavoro si riduce a qualche articolo (o pezzi di articoli) e sporadiche apparizioni televisive registrate su YouTube. In definitiva era per me un liberale apertamente in contrasto con qualsivoglia dogmatismo. Una semplificazione esagerata, ma sufficiente. Faceva sempre piacere sapere dell’esistenza di persone di buon senso a portare avanti idee ragionevoli. E finiva lì. Quando l’ho conosciuto appena meglio, è diventato uno di quegli autori per cui non c’è mai tempo per leggerne le opere, ma che sicuramente lo si farà un giorno o l’altro. Ieri è morto.

Non aveva senso brindare ad Hitch (così come sembra essere chiamato da chi gli si sente emotivamente vicino). Non per ricordare nulla di lui, né perché sentissi una mancanza che sono convinto maturerà man mano che leggerò i suoi testi. Aveva senso farlo, invece, perché nello stesso giorno della sua morte ho scoperto quanto, seppure indirettamente, abbia formato il mio pensiero. Quanto quello di coloro che mi hanno insegnato a ragionare piuttosto che a parlare. In questo, il brindisi non era alla memoria. Era alla scoperta.
Aveva senso brindare con Giovanni. Perché siamo amici. Perché fra gli amici, è quello più scomodo per parlarci e, allo stesso tempo, quello con cui ogni discorso tira fuori più spunti di riflessione. Perché nessuno dei due beve whisky. Nemmeno whiskey. E neppure bourbon, se è per questo. La storia la conoscete. Perché non è solo un amico, ma un buon amico. Mentre lui stimava enormemente Hitchens e ne soffriva la scomparsa, io ero appena in grado di collegare la persona al nome. Eppure in quel momento era proprio Hitchens a portarci al pub. A chiacchierare di tutt’altro, peraltro; a bere qualcosa insieme dopo sei mesi dall’ultima birra al Dean Swift. Ad imparare anche stavolta qualcosa di nuovo. Anche a questo, ho brindato. To Hitch.