GIORNO 1: L’INTERCAPEDINE

di Valerio Gori

L’arrivo all’Indira Gandhi Intl Airport non rende l’idea del distacco che c’è me, occidentale, e l’India. Sembra un aeroporto come tanti, pulito, ricco, ampio. Negli aeroporti ogni nazione mostra il meglio di sé. È una sorta di biglietto da visita. Mai come in India, però, è falso! Non falso del tutto, ma falso perché quello che presenta non è che una minima parte, una goccia di acqua pura che si confonde nella melma caotica del monsone. Non c’è da stupirsene: questo è il paese degli executive. Lo stesso ragazzo che voleva vendermi un piano telefonico – un tipetto neanche in grado di distogliere la mia attenzione dallo scarafaggio che passeggiava alle sue spalle – teneva sul petto una targhetta che recitava “nome, cognome, EXECUTIVE”. In nessun altro luogo del mondo si può ammirare un “dirigente” dietro ad un banchetto due metri per due mentre smanetta con cellulari e stampanti (per quanto rappresenti il sogno di diversi funzionari). Ma l’India è così: è fiori e titoli altisonanti che male nascondono tutto ciò che non è forma.

La stanza dell’albergo è pulita. Non per gli standard di una madre italiana, certo. È pulita per l’India. È pulita per me. È certamente pulita – anzi, linda – per il garçon in uniforme spiegazzata e chiazzata di sudore che scimmiottava i dipendenti dei grandi alberghi offrendomi ogni tipo di servizi, donne incluse. Dei prezzi, naturalmente non si fa mai menzione: quelli si contrattano. Sempre.

Non viaggerò come un indiano. Poche ore mi hanno tolto ogni dubbio. Sarò un backpacker, un couchsurfer, ma comunque un turista europeo. Lo sarò ai loro occhi quanto ai miei. E fra me e loro rimarrà sempre un’intercapedine. Un’intercapedine per proteggermi. Un’intercapedine per nascondere il peggio dell’India. Un sacco a pelo di cotone che mi divida dalle macchie del lenzuolo. È giusto che sia così.

Il viaggio ha inizio…

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