GIORNO 3: OLD DELHI TRAIN STATION

di Valerio Gori

Scrivo dal treno e pensavo di dedicare questo post proprio al viaggio che sto facendo: diciassette ore consecutive in cuccetta AC3. Ma ho tempo per i treni. Ne prenderò ancora ed ancora. E non sono poi così straordinari da meritare tanta attenzione. La stazione, invece, sì. Old Delhi non è certo il quartiere più ricco della città. Neppure il più sicuro. È prevalentemente mussulmano e, considerazioni religiose a parte, qui la differenza fra gli indu ed i mussulmani si sente forte e chiara. Mi è capitato di andare a fotografare la moschea di Jama Masjid qualche giorno fa. Ero scalzo e camminavo da almeno un kilometro fra offerte di cibo avariato e topi. I vicoli del bazar erano stracolmi di fedeli che mi scrutavano e fissavano con aria di sfida. Nessun indiano l’aveva mai fatto prima. Se capitava di incrociare lo sguardo, lo distoglievano educatamente e così facevo io. Qui no. Qui erano spavaldi, sfacciati. Mi si piantavano davanti aspettando che mi scansassi o prendessi qualche spallata (e, puntualmente, andavo per la spallata). Dentro la moschea non potevo muovermi, né mi faceva strada nessuno. Un muro di corpi mi si parava ogni volta che trovavo un cunicolo per avvicinarmi a fotografare. Questa, la mia prima esperienza con i mussulmani a Delhi. La stazione di Old Delhi è nel quartiere mussulmano. Ed il quartiere, neanche a dirlo, è povero. Non povero e basta. È povero a Delhi. 

Se si potesse rappresentare in una scena l’anarchia, questa sarebbe la stazione di Old Delhi. Persone. Tantissime persone. Alcune partono, altre arrivano, altre ancora, rimangono lì ferme, ammassate per terra a dormire sotto un tetto che li copra dal monsone. E scimmie. E cani. Scorrazzano indisturbati dovunque. Ogni tanto qualche poliziotto arriva a dare qualche calcio alla gente ammassata per farla alzare. Fa un certo effetto vederlo. Sembrano farlo davvero con insofferenza, con cattiveria. Ma loro vivono lì, non provano la pietà di un occidentale di fronte alla miseria. Credo di capire perché lo facciano con tanta leggerezza. 
Con i portatori di handicap, invece, no. Un ragazzo spastico è entrato in stazione. Non era un mendicante. Non infastidiva nessuno. Non appena si ferma davanti alla polizia viene platealmente intimato di andarsene. Intimato, sì, ma da una canna stretta nella mano del poliziotto. Immagino che fra le tante miserie e le tante contraddizioni dell’India avrei dovuto aspettarmi una cosa simile. Invece mi ha gelato il sangue. Sparito il ragazzo fra il caos di gente, ho abbassato gli occhi e sono andato via. Il treno era in partenza.

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