GIORNO 4: IT RAINS IN JAISALMER, HALLELUJA

di Valerio Gori

È incredibile l’effetto che ha la pioggia sui popoli del deserto. Per capirlo bisognerebbe prendere l’euforia generale dei romani quando nevica e moltiplicarla non so quante volte. Qui, a Jaisalmer la pioggia può mancare anche fino a sette anni di fila. Ed oggi pioveva! Ho assistito ad uno spettacolo unico. La gente sorrideva, salutava. Alcuni, saputo che eravamo arrivati in città oggi stesso, ci prendevano per portafortuna e ci ringraziavano. Poi, quando vedevano che andavamo incontro al monsone senza ombrelli né impermeabili, si dimenticavano persino che fossimo turisti: la gente di faceva fotografare in posa (senza chiedere nulla in cambio), raccontava storie del deserto e le loro vite… siamo stati persino invitati a cene in famiglia!

Jaisalmer è rinata con la pioggia! All’arrivo sembrava la Tijuana dell’India: turistica, distaccata, intenta solo a rabattare soldi dagli europei. Non c’era una cultura da visitare, né una società da capire. Solo rovine da fotografare. Con le prime gocce qualcosa già cambiava; tutti uscivano a guardare il cielo. Poi gli scrosci. I negozi chiudevano e la gente andava a ripararsi sotto a portici e ponti. Poi usciva in strada, si bagnava e ricominciava daccapo. E noi con loro. 

Kamal

In questa euforia generale contrattare era diventato un modo per parlare, per condividere. Ed ho conosciuto Kamal (nella foto qui sopra), che da laureato dipinge tele e vende scatole antiche invece di insegnare come vorrebbero i suoi. E parla sottovoce, sorridendo e chiedendomi di comprare solo se davvero mi piace la sua merce, perché altrimenti preferisce tenerla lui. Ed è sincero. Non sa proprio contrattare. Ma è una buona persona. E la merce è bella. Non contratto e compro.

E poi incontro una donna che mi aspetta sotto un portone (la donna della prima foto). Piove troppo. Devo ripararmi. E mi offre bracciali. Rimaniamo finché non spiove. 600 rupie erano troppe per qualsiasi oggetto mi avesse offerto. Forse anche le 50 che ho pagato. Ma non è il valore della merce che conta. Magari i due bracciali ne valgono 5 l’uno. Era il momento a meritare un souvenir. Due, in realtà, ma uno ora lo porta una bellissima bambina (al centro nella foto in basso) a cui non avevo “school pens” da regalare. L’altro non so che fine farà, ma mi piace tenerlo almeno un po’, a ricordarmi un momento davvero felice con una persona sconosciuta.

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