GIORNO 5: A PRANZO DAI NONNI

di Valerio Gori

Un’esperienza unica. Di quelle che valgono una vacanza. Inizia tutto nel negozio-bottega di Kamal. Lo avevamo lasciato ieri, dopo aver trascorso un oretta a bere the e farci raccontare la sua fantastica storia. Torniamo a salutarlo e a dividere ancora una volta il piacere di un the. È bello parlare con lui. Non ha mai lasciato l’India, ma pensa come un viaggiatore. Non capisco come ne sia capace. Lo invitiamo a pranzo. Rifiuta. Il lavoro di un miniaturista e di un venditore non concedono lunghe assenze dalla bottega. E dove stiamo andando noi, ci spiega, il pranzo dura a lungo. È stato lui stesso a consigliarci. Un posto così, d’altronde, non saremmo mai riusciti a trovarlo da soli. Lo salutiamo.

Pare che Yvas fosse molto famosa fra gli abitanti di Jaisalmer quando aveva il suo ristorante. Ma questo era anni fa. Oggi è un’anziana signora con oltre settant’anni. Il ristorante non esiste più. La troviamo davanti ad una porta, seduta a gambe incrociate. Domandiamo dove sia il ristorante di Yvas e lei ci fa cenno di seguirla. Non riesce a stare ritta in piedi. Cammina con il busto piegato a novanta gradi. Sale le scale arrampicandosi con mani e piedi agli scalini e ci fa accomodare. Siamo a casa sua. Una vera casa di Jaisalmer. Pulita, accogliente. La casa di una nonna, dove tutto gira intorno alla cucina. Ci sono due materassi per terra. Ci sediamo su quello d’angolo. Scegliamo sul semplice menù cosa mangiare, ed inizia a preparare. Non esiste foto o scritto che possa spiegare cosa significasse essere lì. I profumi, i colori, il rumore lento delle pentole, il vento che entrava fin sotto il cotone della camicia ad asciugarci il sudore, il sorriso sdentato di nonna Yvas ogni volta che le parlavamo… Provavo a fotografarla, e lei era divertita. Ma gli indiani si mettono in posa appena vedono un obiettivo puntato su di loro e la posa non ammette sorrisi! Allora provavo di nascosto, ma correva così veloce fra pentole e tagliere che non riuscivo mai ad inquadrarla. Ho lasciato perdere. Non avrò bisogno di foto per ricordarmi di quel sorriso.

Non era un ristorante. Era un pranzo dalla nonna. Una nonna indiana. Una nonna che cucina come solo le nonne cucinano. Una nonna che ti chiede di farti il conto da solo, che lei è troppo vecchia per fare i conti. E che riesce a stupirsi se non te ne importa niente di avere il resto, dovessi anche pagare tre volte il prezzo del menù. Perché non ti senti al ristorante. Ti senti a casa.

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