GIORNO 6: GANDHI RIVISTO E CORRETTO

di Valerio Gori

Il sesto giorno di questo viaggio indiano è stato dedicato a Jodhpur. O almeno così avremmo voluto. Qualche imprevisto ci vede senza albergo (prenotato e pagato), stanchi morti e – per quanto mi riguarda – malaticcio. Siccome iniziamo a capire l’India, ci adattiamo alla nuova situazione al meglio, senza forzarla a nostro vantaggio. In questo paese non funzionerebbe. Già, ma perché no? E mi è tornato in mente Gandhi. Non Indira (cui ogni sassolino di Delhi è dedicato), proprio Gandhi Gandhi. Quello con gli occhiali tondi, la faccia tonda, il torso nudo ed i mutandoni bianchi. Ecco, quello che sappiamo di lui dai banchi di scuola è sufficiente a comprendere come funzionino il 90% dei rapporti che uno straniero può stringere con gli indiani. Il problema è che l’idea che abbiamo di lui è romanzata, esagerata. È diventato un simbolo per l’India e per il mondo. Che poi, i rivoluzionari si prestano bene a diventare dei simboli. Pensiamo poi un rivoluzionario che non usa la violenza fisica. Già, fisica. Se la storia tenesse conto delle ferite psicologiche, degli esaurimenti nervosi, ecc. probabilmente il Mahatma siederebbe al fianco di suoi – decisamente più – sanguinari colleghi. Invece no. Gandhi è qualcosa di unico, di incategorizzabile. O almeno lo credevo… mai provato a venire in India? Beh, qui, di Gandhi, ce ne sono un miliardo e mezzo. La differenza fra lui e loro è nella capacità di guidare, nel diventare una sintesi della cultura nazionale. Ma basta camminare per un mercato o anche solo per strada per capire come Gandhi non abbia inventato niente. La costanza con cui si è tartassati è disumana. Ma da tribunale dell’Aia!

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