Il cacciatore di draghi

"Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere." (citazione da citazione di un amico)

Categoria: Parole libere

Dell’amore e dell’amore passato

by Valerio Gori

[Questo è per te. Perché tu possa ricordarti che niente è eterno. Neanche il dolore. Ed è bello perché è così]

E’ una giornata così, particolare. Di quelle che alle 16.00 ti sembrano appena iniziate e già troppo piene da dover finire. Ecco, sì. Una di quelle in cui alle cinque saresti già a letto o, magari, sbragato sul divano davanti alla televisione con l’intenzione di non spostarti fino a mattina. Sbragati, allora. Mettiti comodo. Per oggi, basta così. Hai fatto abbastanza. Hai vissuto abbastanza. Ne hai avute abbastanza. Chiuso. Non hai più i resti per nessuno.
In ultima analisi, è stata una di quelle giornate in cui sei stato costretto a sbagliare, a comportarti male, a far soffrire per poter finalmente soffrire anche tu.

Le storie passate non sono mai belle. Tutt’al più sono grigie. Lontane. Ricolme di una felicità che ormai non ti appartiene, che non riconosci e che non percepisci. Lo sai, che sei stato felice. Eccome. Ma lo sai come lo sapresti per due personaggi di un film. Lo dicono, lo mostrano, lo urlano, magari, ma rimangono lì, dentro uno schermo. E tu non vivi in quello schermo. Non ha niente a che vedere con te. Sono lontani. Non ti appartengono. Non li riconosci. E non li percepisci.

Le storie passate possono essere tristi. In qualche misura sono vive, ma vecchie. Le vedi sgretolarsi con la lentezza che ti concede il tempo, finché, un giorno, non ne rimane che il grigiore impresso in qualche foto, in qualche lettera, in qualche luogo. E ti ricorderai di essere stato innamorato. Ma sarà un amore lontano. Non ti apparterrà. Non lo riconoscerai. E non lo percepirai.

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Oggi tocca a Mahler!

by Valerio Gori

Mi lamentavo di tanto in tanto del poco tempo a disposizione per ascoltare musica. Mi lamentavo perché lamentarmi mi piace un sacco. Non solo perché la considero una spinta propositiva verso il risolvere situazioni. A me, lamentarmi, piace a prescindere. Sono un lamentoso. Mica puoi stare ore a parlare di come vada tutto bene: sai che noia? No, se va tutto bene tronchi con un “va tutto bene”. Se invece puoi sfoggiare tutta la tua vena critica contro qualcosa, lì sì che il discorso si fa interessante davvero. E non immagini neppure i livelli di psicosi che riesci a raggiungere mentre ti fomenti dei tuoi stessi lamenti. Beh, stavolta mi lamentavo – come dicevo all’inizio – del poco tempo a disposizione che, dovendo essere sfruttato per mille attività (fra le quali annovererei anche l’oziare, che merita il rango di “attività” anch’esso), non mi lasciava molto spazio per lettura e musica. Non qualsiasi musica. In motorino ascolto l’iPod, ma insomma, si tratta di mezz’ora al giorno nel traffico di Roma. Non è un vero ascoltare, quanto piuttosto un creare interferenze ai vari clacson, sirene, urla, ecc.

Il mio lavoro mi concede una certa disinvoltura nel gestire il mio spazio personale, costituito da due scrivanie: quella fisica e quella virtuale del computer. La prima mi dà ben poche soddisfazioni. In fondo, non è altro che un’asse di legno su cui stanno poggiate scartoffie, documenti e telefono (e tutto il resto con cui decido di disordinarla in maniera squisitamente personalizzata). Il laptop, invece, qualche soddisfazione me la concede. Ed oggi, una in più: la musica. Dovendo lavorare (generalmente lavoro, non scrivo sul blog. Il tempo che mi concedo oggi fa eccezione), non posso spararmi gli AC/DC a palla nelle cuffie. Serve qualcosa di tenue, rilassante e senza parole. Cosa meglio della musica classica che, mio malgrado, sto trascurando in questi ultimi anni? Lo so, magari suonerà noioso o persino strambo sentire Rock anni ’70 la mattina e la sera e Beethoven & co. il resto del giorno (la scelta dell’autore è volutamente semplicistica. Avrei potuto scrivere Shostakovich ed al massimo alcuni avrebbero ricordato la jazz suite di Eyes Wide Shut, altri avrebbero pensato “certo che questo qua è proprio snob, perché non scrivere semplicemente Beethoven? Mo’ non è che uno, più ha il nome impronunciabile più è di nicchia!”. Quelli che davvero conoscono un po’ di musica classica, probabilmente, se ne sarebbero fregati comunque del nome, quindi non rientrano nella survey). Dicevo, magari suonerà strano, ma strano non è. Anzi, è perfetto. Posso riascoltare i brani che più mi piacciono senza farmi distrarre ed anzi ricercare quelli che non ho mai affrontato prima sentendoli e risentendoli a manetta (tanto, in 10 / 11 ore di lavoro ne ho di tempo per farmelo entrare in testa). Posso, in sintesi, sottopormi ad una sorta di ipnopedia huxeliana finché i “nuovi” brani non si insinuano nelle sinapsi e passo oltre. In questa maniera mi scorro autori interi o persino periodi musicali, scegliendo accuratamente secolo e luoghi geografici per mettere in ordine l’archivio di nuove conoscenze.

Già lo so che qualche amico commenterà con un semplice “è tornata la checca bohemienne” o giù di lì. E ci sta. Ma volete mettere che pace sentire il capo che ti avverte che devi rimanere a lavoro fino alle 22.00, con l’Italia che si gioca la qualificazione alle 20.45, ed invece che avere “Kill em all” dei metallica a spronarmi alla strage, posso fare spallucce e cullarmi con il terzo movimento della I sinfonia di Mahler? L’effetto è più o meno quello di una morfina leggera, leggera. Legale, però e sicuramente più a buon mercato. E non muore nessuno. Scusate se è poco!

Cronaca di una conferenza sulla sicurezza

by Valerio Gori

Cosa fare per limitare la noia dovuta ad una conferenza sulla sicurezza proiettata su un francobollo a dieci metri di distanza e commentata da un povero tizio di Washington tanto privo di vitalità che l’effetto del valium su qualsivoglia soggetto normale sarebbe del tutto comparabile a quello che avrebbe su di lui un’anfetamina? Avendo a disposizione carta e penna penso al gioco dell’impiccato… ma più la conferenza si affossa nella sua monotonia, più mi rendo conto di  desiderare di essere l’omino con il cappio al collo proprio nella fortunata coincidenza nella quale un dislessico si trovi a dover indovinare ARCHIOPTERIX in tre tentativi.

L’impossibile è successo! Non ardivo neppure sperarci, eppure pare che sia proprio così. Sembrerebbe che l’americano in questione (quello talmente noioso che, se si trovasse a fare un’arringa in difesa di una Meredith qualsiasi, dopo cinque minuti giudici, PM e giuria gli darebbero il processo vinto a tavolino, per intenderci) sia collassato, forse vittima dell’effetto soporifero delle sue stesse parole. No. Come non detto… è stato svegliato!

La conferenza procede dunque con la lista delle situazioni di serio pericolo per l’Ambasciata, elencate dal capo della sicurezza quasi a giustificare lo stipendio percepito ogni quindici giorni:

1993. Un bambino cicciottello ruba la merenda ad un bimbo più piccino a 150 metri dall’entrata su via Sallustiana. Tutti i dipendenti dell’ambasciata nel bunker antiatomico.

2004. A mensa, durante la pausa pranzo, un impiegato soffia via lo zucchero a velo da un bignè di S. Giuseppe. Docce anti-contaminazione da antrace si rendono necessarie per tutti i dipendenti (stagisti esclusi, naturalmente).

2009. Un tipo chiama una tipa per dire che un altro tipo/a ha sentito di una bomba fatta a regola d’arte dalle parti di Ottaviano. L’ingresso in guerra contro questo sconosciuto dittatore terrorista era imminente, quando si scoprì che si trattava di ciambella ripiena di crema pasticciera preparata in un forno nei pressi di viale Giulio Cesare. La CIA ha ritenuto mantenere queste informazioni CLASSIFIED.

Inizio a temere che la posizione del suddetto capo della sicurezza possa essere posta in discussione nel prossimo taglio in bilancio richiesto dall’amministrazione Obama. Eppure sembrava aver mantenuto Roma in perfetta sicurezza durante il suo mandato…

Noto che l’aquila che funge da punta dell’asta della bandiera statunitense è sensibilmente più in alto rispetto alla punta dell’asta del tricolore italiano. Si tratta sicuramente di una disattenzione in buonafede, eppure inizio a covare il dubbio che si tratti di uno di quei casi involontari dei quali l’involontario opposto non sarebbe mai capitato…