Il cacciatore di draghi

"Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere." (citazione da citazione di un amico)

Categoria: Perché noi siamo liberali

Coppie di fatto: servono davvero?

by Valerio Gori

Prendo spunto da un’infervorata discussione iniziata in ufficio per scrivere questo post. Il punto è semplice: ammettere a livello di diritto un’unione di fatto fra due persone che possa essere – più o meno a seconda delle opinioni – equiparata al matrimonio o meno. Siccome non sono credente e sostengo fortemente la laicità dello Stato, considero qui il matrimonio come privo di ogni simbolismo culturale-religioso. Lascio ad altro luogo anche la discussione su coppie omosessuali ed eterosessuali (magari ne scriverò un’altra volta). Qui non è rilevante. Partendo dagli assunti di cui sopra, il discorso viene da sé e la sola ed unica conclusione che mi viene in mente è: non ha senso creare un doppione giuridico di qualcosa che già esiste. Procedo per gradi.

Il matrimonio non è altro, a livello teorico, che l’esternazione da parte di due persone del desiderio di formare una coppia. A questo lo Stato risponde garantendo diritti e richiedendo doveri. Qualora due persone vogliano formare una coppia, ma senza renderlo pubblico, non vedo motivo per cui lo Stato dovrebbe farsi carico di dimostrare che effettivamente la coppia esista e garantire gli stessi diritti che garantisce con il matrimonio. Sarebbe come lavorare (liberamente e per propria scelta) senza contratto e pretendere lo stesso trattamento previdenziale che si garantisce a chi il contratto ce l’ha! Oltre alla difficoltà tecnica di stabilire quale sia una coppia e quale no (quando entrano in ballo i diritti, e perciò i soldi, chi non fingerebbe di essere il partner di un’amica/o?) c’è la necessità di contrastare una richiesta che, a mio giudizio, nasce per pretendere diritti senza voler però sviluppare un reale impegno. Se non ci si sente pronti per sposarsi (e per sposarsi intendo apporre una firma vicino all’altra su una pagina di registro comunale, non la super-festa in villa con mamma’ in lacrime), perché lo Stato dovrebbe essere pronto a garantire, erogare, pagare? Se la storia è importante, tanto vale sposarsi, no? Male che vada, si divorzia! E se non ci si sposa per una questione di principio, per uno sfizio personale, perché il matrimonio è una cosa passata, borghese o vattelappesca, vogliamo davvero che lo Stato si pieghi a queste logiche? Che ci vuole ad apporre una firma, se si vuole sancire l’unione nei confronti del diritto? Altrimenti, cosa esiste a fare il matrimonio laico?

Travaglio come Barlach: l’Italia di Ahab.

by Valerio Gori

Violence is the last refugee of the incompetent. (Isaac Asimof, Fundation 1942).

Quanto sarebbe stato meglio se non ci fosse stato bisogno di assassinare Osama Bin Laden? Se vi fosse stata la possibilità che le stesse persone che lo seguivano avessero cambiato rotta e lo avessero eliminato politicamente, ma non fisicamente?

Quanto sarebbe stato meglio se Wa’il Zu’aiter, Mahmud Hamshari, Huysan al-Bashir, Basil al-Kubayssi, Muhammad Abu Yusuf al-Najjar, Kamal Adwan, Rami Adwan, Zaiad Muchasi, Abd al-Hamid Shibi, Abd al-Hadi Nakaa, Mohammad Boudia, Kamal Nasser e Ali Hassan Salameh non fossero stati giustiziati dal Mossad? Quanto se vi fosse stato un processo equo per ognuno dei bersagli della Mivtza Za’am Ha’el piuttosto che un’esecuzione?

Molto. E non solo perché si sarebbero risparmiate delle vite, quanto perché sarebbe stata la dimostrazione che una via più liberale per risolvere la questione era possibile, che esisteva l’eventualità di non andare contro le proprie stesse regole. In ultimo, che si aveva un’alternativa alla violenza. Le azioni riportate sopra non hanno dimostrato la forza degli Stati Uniti e di Israele, ma, al contrario, ne hanno mostrato l’aspetto più debole. Hanno creato una contraddizione fra i principi decantati – dei quali si sono investiti paladini – e l’atto pratico. In questo, il terrorismo ha vinto, forse più che non uccidendo. Non è facendo piangere i propri cari alle persone od instillando la paura nelle azioni quotidiane che ha piegato l’Occidente. Ha fatto molto di più: ha messo in discussione l’idea stessa che gli americani e gli israeliani non fossero terroristi essi stessi. Ha dimostrato che, effettivamente, le mansuete gregge non sono poi così dissimili dalle fiere selvagge.

No restriction on freedom of expression or information on the ground of national security may be imposed unless the government can demonstrate that the restriction is prescribed by law and is necessary in a democratic society to protect a legitimate national security interest. (Principle 1, d The Johannesburg principles on national security, freedom of expression and access to information. 1996)

Le leggi nascono per riportare, in maniera chiara ed univoca, una regolamentazione basata su pochi principi fondamentali. Questo, se non altro, avviene negli ordinamenti che si basano sullo Stato di diritto e sulle sue evoluzioni. In queste società viene riconosciuto il diritto alla libertà. Libertà come diritto fondamentale che può essere limitato solo ed esclusivamente per motivazioni ben stabilite e necessarie. In questo senso, privare di qualsivoglia libertà un individuo deve essere considerato uno strumento da utilizzare quanto meno possibile e limitatamente a quelle situazioni in cui non è possibile fare altrimenti.

Non sono mai riuscito a dimostrare che hai commesso tu il primo crimine, allora ti dichiaro colpevole di quest’altro.(Frederick Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia)

Quando lessi il giudice e il suo boia rimasi affascinato dall’idea alla base del discorso di Dürrenmatt. In fondo, mandare in galera un criminale per una motivazione o per un’altra, cosa avrebbe mai cambiato? Non averlo incarcerato per un delitto rappresentava uno squilibrio che doveva essere sanato, perciò arrestandolo per uno successivo – seppure mai commesso – era corretto al fine di riequilibrare la situazione. Era giusto così. Barlach era l’eroe bianco, Gastmann quello nero! Il discorso filava eccome.
Oggi sono un pochino più maturo ed il discorso fila un pochino meno. Molto meno. Barlach fa quello che viene fatto nelle autocrazie, nelle società in cui non esiste il diritto: si arroga il compito di determinare se Grastmann sia colpevole o meno. Senza processo, lo condanna e fa in modo che ottenga la pena da esso stesso stabilita. Così facendo, Barlach si macchia di un delitto esiziale esso stesso.

fa ben sperare nello stesso epilogo: la spiaggia di Hammamet nel giro di un paio d’anni o, in alternativa, la galera. (Marco Travaglio sul futuro di Silvio Berlusconi. Il Fatto Quotidiano, 14 Giugno 2011)

Per molti italiani (purtroppo non solamente quelli che non leggono i giornali), la situazione non è molto diversa. Si stabilisce che il Primo Ministro è un criminale e che, perciò, debba pagare. E non lo si fa per quella serie di processi per cui è stato condannato, ma si è salvato attraverso le famose leggi ad personam. Lo si fa per tutti i suoi processi e – per assurdo – con particolare riferimento a quelli per i quali non è stato condannato. Il dott. Travaglio, citato sopra, ne fornisce un’esempio lampante: il giornalista condanna Berlusconi per gli stessi crimini di Craxi e, perciò, si sente legittimato a sperare nello stesso epilogo. Non spera che la legge faccia il suo corso. Non spera che Berlusconi si presenti in tribunale. Non spera che la giustizia sia applicata. Non spera che i principi liberali vangano tutelati. Spera che Berlusconi vada in esilio ovvero venga incarcerato (peraltro sottintendendo che non importa poi molto per quale motivazione in particolare. Basta che ce lo si tolga di mezzo). Il dott. Travaglio come Barlach.

Dimenticare i propri principi per dare la caccia alle balene bianche ci porterà solamente negli abissi dell’Oceano. Non auguro questo alla mia Nazione.

to the last I grapple with thee; from hell’s heart I stab at thee; for hate’s sake I spit my last breath at thee. (Cpt Ahab in Moby Dick, H. Melville)