Il cacciatore di draghi

"Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere." (citazione da citazione di un amico)

Categoria: Sincerità

Dell’amore e dell’amore passato

by Valerio Gori

[Questo è per te. Perché tu possa ricordarti che niente è eterno. Neanche il dolore. Ed è bello perché è così]

E’ una giornata così, particolare. Di quelle che alle 16.00 ti sembrano appena iniziate e già troppo piene da dover finire. Ecco, sì. Una di quelle in cui alle cinque saresti già a letto o, magari, sbragato sul divano davanti alla televisione con l’intenzione di non spostarti fino a mattina. Sbragati, allora. Mettiti comodo. Per oggi, basta così. Hai fatto abbastanza. Hai vissuto abbastanza. Ne hai avute abbastanza. Chiuso. Non hai più i resti per nessuno.
In ultima analisi, è stata una di quelle giornate in cui sei stato costretto a sbagliare, a comportarti male, a far soffrire per poter finalmente soffrire anche tu.

Le storie passate non sono mai belle. Tutt’al più sono grigie. Lontane. Ricolme di una felicità che ormai non ti appartiene, che non riconosci e che non percepisci. Lo sai, che sei stato felice. Eccome. Ma lo sai come lo sapresti per due personaggi di un film. Lo dicono, lo mostrano, lo urlano, magari, ma rimangono lì, dentro uno schermo. E tu non vivi in quello schermo. Non ha niente a che vedere con te. Sono lontani. Non ti appartengono. Non li riconosci. E non li percepisci.

Le storie passate possono essere tristi. In qualche misura sono vive, ma vecchie. Le vedi sgretolarsi con la lentezza che ti concede il tempo, finché, un giorno, non ne rimane che il grigiore impresso in qualche foto, in qualche lettera, in qualche luogo. E ti ricorderai di essere stato innamorato. Ma sarà un amore lontano. Non ti apparterrà. Non lo riconoscerai. E non lo percepirai.

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La Tempesta di Albertazzi… con buona pace di Shakespeare!

by Valerio Gori

Ieri sera, il Globe Theatre. Non quello originale (?!), ricostruito a Londra nel 1997, ma la copia ricostruita a Roma nel 2003. L’ambientazione, in realtà, la preferisco a quella del gemello inglese e di molto. Trovo sempre un qualcosa di magico nel parco illuminato di notte. La priva volta andai ad assistere al sogno d’una notte di mezza estate (che ripeteranno anche quest’anno con la stessa compagnia). Uscire dal Silvano Toti Globe Theatre e trovarsi nel cuore di villa Borghese sembrava come abbandonare il parterre per entrare in quel mondo di fate che la scenografia riusciva appena ad abbozzare sul palco. E così, aiutato tanto da buio ed ombre, quanto dalla magia del teatro, potevo immaginare nuovamente la vicenda, con satiri, fauni, duchi ed amazzoni, stavolta senza rinchiuderla in una ventina di metri quadrati di parquet, ma dandole il respiro che meritava!

Ieri sera, la Tempesta. Il protagonista, attorno al quale l’intera compagnia teatrale si è prostrata e costruita: Giorgio Albertazzi. Il grande Giorgio Albertazzi. L’esperto Giorgio Albertazzi. Non che lo conoscessi, né di persona, né artisticamente. Seguii si e no due sue rappresentazioni alla TV, delle quali, peraltro, neppure ricordo il titolo. Ero tuttavia estasiato dall’idea di poter assistere ad una sua esibizione, peraltro inebriato dalle critiche che riceveva alla veneranda età di 87 anni:

La performance di Albertazzi è semplicemente straordinaria; l’incedere grave, la calda voce e la posa solenne del maestro si adattano perfettamente al personaggio shakespeariano. In maniera insuperabile Albertazzi riproduce il turbamento di Prospero, l’astuzia nell’ordire e attuare il piano di vendetta nei confronti degli usurpatori e il commovente perdono, che sugella il dramma con il lieto fine. (Letterefilosofia.it)

Un indimenticabile Giorgio Albertazzi. (Cultumedia Magazine)

e così via, senza molte variazioni sul tema, in effetti. Cosa di meglio, allora, che spendere una serata splendida in un luogo magico ad assistere ad una grande opera magistralmente recitata? Sicuramente poche cose! E così, sono andato ad assistere alla rappresentazione con un’aria di soddisfazione quasi avessi rubato il biglietto piuttosto che pagarlo.

Giorgio Albertazzi non lo conoscevo trent’anni fa. Oggi è un vecchio dalla splendida voce calda e suadente che però fatica ad essere diretta da una memoria vacillante. Se è vero che solamente in qualche occasione ha dimenticato la battuta – per dover poi ripetere una parola o due al fine di riprendere il filo – è altresì vero che il non aver fissato la parte non permetteva all’attore di interpretarla. La ripeteva, tutto qui. L’avesse letta su un gobbo, fermo, senza trucco e senza costume, sarebbe stato più Prospero di quanto non si sia dimostrato davanti ai miei occhi. L’espressività ormai era avvizzita fra la stanchezza delle rughe e le pesanti parole quasi si accasciavano sulle sue labbra così da uscirne solo per metà: quanto basta per udirle, non per capirle.

Il resto della compagnia era vario. Mentre le parti più propriamente “basse” e goliardiche erano affidate ad attori che le padroneggiavano senza difficoltà (forse anche grazie al minor grado di complessità dei personaggi), quelle principali erano completamente svilite da recitazioni pompose, finte, esasperate tanto quanto Albertazzi era flemmatico. Non fosse per il contrasto (che infastidiva persino), sarebbe stata comunque un’esperienza da dimenticare. Piuttosto che essere catturato dalla scena, dalle vicende, dai drammi psicologici venivo colpito dall’incapacità di comunicare degli attori, che mi provocava non poco disagio. Ero lì, ascoltandoli con gli occhi socchiusi quasi a diventare tutto orecchio per sentire meglio. Ero lì, proteso verso il palco quasi combattuto fra il suggerire a quei balbuzienti le parole o l’attendere rispettoso la fine del blocco verbale.