del Sudan e suoi demoni

by Valerio Gori

Se c’è una Nazione in grado di spaventarmi, questa è la Cina: una popolazione passata dalla dottrina teocratica imperiale a quella comunista senza mai conoscere il buongusto sociale dell’umanesimo. Un tempo veniva proibita qualsiasi oggettistica assimilabile a clessidre, orologi e meridiane, poiché era compito unicamente del Figlio del Cielo determinare il tempo, le stagioni e, di conseguenza, i cicli agricoli. Faceva parte dell’ordine delle cose. Poi venne proibito il possesso di beni, poiché era compito unicamente del Partito occuparsi delle necessità dei cittadini. Faceva anche questo parte dell’ordine delle cose. Se è vero che nei secoli cambiava l’oggetto della restrizione, la ratio alle spalle rimaneva la medesima: il controllo. Oggi, in Cina, è quasi tutto libero ed allo stesso tempo quasi tutto limitato. Si ha un’economia di mercato, liberista nel significato più dispregiativo del termine ed una presenza dello Stato socialista, sempre nel significato più dispregiativo del termine. Il Gigante asiatico ha fuso nel proprio grembo l’ovulo più retrogrado ed assolutista del comunismo con il seme più competitivo, corrotto e spietato del liberismo. Che il figlio di questa unione sia potente, non c’è dubbio, ma non ve ne è neppure sul fatto che sia mostruoso. E dove meglio può competere un mostro se non lì dove manca una regola ed un giudice? Ed ecco il perché del successo cinese nelle questioni internazionali.

Or dentro ad una gabbia 
fiere selvagge et mansüete gregge 
s’annidan sí che sempre il miglior geme
(F. Petrarca, Italia mia, benché ‘l parlar…)

On Saturday, South Sudan becomes a free and independent country. It is a well-deserved victory for its people (The New York Times, July 8, 2011)

In Africa le questioni non si risolvono così facilmente. Non si risolvono affatto: nè con un segno a penna su un documento, nè con i fucili ed i machete. Di solito si predilige la seconda opzione, comunque. C’è chi ne imputa la colpa al colonialismo occidentale, reo di aver copiato malamente il panorama di casa in giro per il mondo, inventando Paesi che non esistono. Così il Sudan, invece di rimanere un territorio, si sarebbe ritrovato lo Stato di una ventina di etnie differenti, dove si parlano due lingue ufficiali (l’arabo e l’inglese, una figlio di immigrazione e l’altra di colonizzazione), mentre le non ufficiali sarebbero una quindicina solo nel Sud (non arabizzato) e si adorano principalmente due/tre gruppi religiosi (islamica nel Nord, animista/cristiana nel Sud). Un puzzle di pezzi che – ahimè – non sembrano voler formare un’immgine unica.
C’è chi incolpa l’Occidente di incrementare le tensioni nei già divisi e bellicosi Stati africani per fini economici. Se queste accuse erano prima rivolte alle singole multinazionali (prevalentemente del settore estrattivo) e la colpa delle Nazioni Sviluppate era quello di girarsi dall’altra parte – avallando così la condotta delle proprie imprese – questo non vale con la Cina. L’economia della Cina è lo Stato.

U.N. High Commissioner for Human Rights Navi Pillay told reporters in Geneva she was “disappointed” that China welcomed Sudan’s President Omar al-Bashir during a visit this week, rather than arrest him to ensure he stands trial. (Huffpost World, June 30, 2011)

Il Sudan è lo Stato più vasto del continente. Ed il terzo per barili di petrolio esportati. Questi vengono estratti prevalentemente nel Sud. Quello nero, ma nero nero (non mezzo nero come il Nord, dove è presente l’etnia araba). Quello animista – o animosta/cristiano, se vogliamo considrare quello snob 1%. Quel Sud bistrattato politicamente, sfruttato economicamente e bombardato continuamente.
The Black Book considera le ostilità intestine come naturale conseguenza dell’iniqua distribuzione di benessere e potere (che sarebbe incentrato nelle mani del gruppo minoritario arabo stanziato nella zona di Khartoum).

Ethnic diversity does marginally increase the risk of a civil war, but we discovered that other factors are more important in determining whether a country is more or less prone to civil war. […] Country A has no primary commodity exports, whereas region B has plenty, so in region B once a rebel movement controls the right territory, it can siphon off some of the rents from this trade and finance itself accordingly. (P. Collier, April 16, 2007. Ethnic Civil Wars)

In Nigeria la guerra civile (1967-1970) fu la causa di oltre un milione di morti. Ancora una volta uno Stato disegnato sulla carta, ancora una volta profondamente diviso al suo interno (per religione, etnia, lingua), ancora una volta con distribuzione opposta di potere e risorse. Ancora una volta la ricchezza derivante dal petrolio alimentava lo scontro Nord-Sud. Shell era il gigante del petrolio. Oggi è chiamata a dare spiegazioni al Parlamento per la propria condotta. Nel mentre, arriva il turno della Cina.

Nel Sudan, Pekino stava investendo già da tempo. Quando le Nazioni Unite posero l’embargo per le armi nel paese – tantando invano di fermare il massacro in Darfur – la Cina non pose il veto. Lo poteva, ma non lo fece. Ufficialmente obbedì. Magari strinse qualche mano con fare soddisfatto. Ciononostante, alla prova dei fatti, non lo rispettò. E lo fece in grande (come tutto in Cina, dai grattacieli alla popolazione), spaziando dalla vendita di armi a quella di aerei militari, fino all’addestramento di piloti. Tutto utilizzato per il genocidio.

Oggi, 9 Luglio 2011, il Sudan del Sud è una nazione. Riempie testate di quotidiani, telegiornali, siti Internet. Avrà bisogno di tanta fortuna…